Mentre il campo largo o larghissimo stenta a trovare un’identità, una linea comune e una credibilità per sconfiggere la destra al governo, in Italia sembra esserci un’opposizione che, fuori dal Parlamento, appare assai più efficace e incisiva. O almeno queste sono le avvisaglie.
E lo fa con l’unica ristrettissima arma a disposizione dei cittadini per modificare davvero l’azione legislativa reazionaria, dal momento che da tempo le proposte di legge di iniziativa popolare sono state disinnescate dalle stesse Camere: il referendum abrogativo.
Il successo delle raccolte firme per i referendum: un’opposizione più concreta
Il processo, a dire il vero, è cominciato ben prima dell’insediamento del governo Meloni quando, in pochissimi giorni anche grazie alla firma digitale, furono raccolte le 500mila firme necessarie per il referendum sull’eutanasia legale e per quello sulla cannabis. Allora fu la Corte costituzionale a rigettare i quesiti, con un allora presidente Giuliano Amato che fornì argomentazioni non molto convincenti.
Da quel momento in poi, però, la risposta popolare alle campagne di raccolta firme per consultazioni referendarie ha fatto registrare successi tanto rapidi quanto, in alcuni casi, insperati.
Lo stesso referendum sul dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza italiana, che pure insiste su un tema delicato in Italia come le migrazioni e la presenza di stranieri, ha superato martedì scorso lo scoglio delle 500mila firme. Il tutto senza il sostegno attivo dei grandi partiti di opposizione, ma grazie al tam tam di cittadine e cittadini, aiutati da testimonial del mondo della cultura e dello spettacolo.
Un risultato concreto laddove la politica ha fallito più volte, ad esempio proponendo ciclicamente e assai poco convintamente il tema dello ius soli o dello ius scholae, che lo stesso centrosinistra agita solo quando si trova all’opposizione, mentre dimentica quando è al governo.
,Che dire allora dei quattro quesiti referendari promossi dalla Cgil sul lavoro, in particolare contro il Jobs Act. Lo scorso luglio sono state depositate le firme che hanno toccato la cifra record di 4 milioni.
In questo caso non c’è l’opposizione al governo Meloni a fare da traino poiché, per quanto la destra abbia votato a favore della riforma che ha ulteriormente peggiorato il mondo del lavoro esponendo lavoratrici e lavoratori ad ulteriori ricatti, il provvedimento è stato concepito dal Partito Democratico, che solo ultimamente – e non unanimemente – lo ha disconosciuto.
L’ultimo tassello del puzzle si aggiunge proprio oggi, giorno in cui vengono depositate le firme raccolte contro il ddl Calderoli, la legge sulla cosiddetta autonomia differenziata.
Anche in questo caso un successo di firme (un milione e 300mila) raccolte in poco tempo, addirittura durante l’estate, che testimonia una volta di più come non sia la partecipazione di elettrici ed elettori ad essere in crisi, come suggerirebbero gli altissimi tassi di astensionismo alle votazioni politiche, quanto piuttosto una scarsa credibilità della proposta politica da parte dei partiti attuali.
In altre parole: italiane ed italiani partecipano quando percepiscono come importanti i temi proposti e quando sentono di avere una possibilità di incidere nelle scelte, come nei casi dei referendum abrogativi.
ASCOLTA L’INTERVISTA A LUIGI GIOVE DELLA CGIL:
Ora non è certamente il caso di idealizzare il fenomeno della partecipazione per i quesiti referendari perché, come la storia elettorale italiana ci insegna, quel che conta quando le urne si aprono è il raggiungimento del quorum. Prima ancora è necessario che la Consulta dia il suo vaglio e successivamente che la decisione popolare venga rispettata, cosa non avvenuta ad esempio in occasione della vittoria referendaria per l’acqua pubblica.
Ciononostante appare significativo come comitati civici, sindacati o piccole associazioni riescano ad esprimere un’incisività politica di gran lunga superiore a quella che in questi anni di governo Meloni hanno saputo esprimere le opposizioni in Parlamento.







