Il dibattito che si è sviluppato in Italia attorno al reinserimento delle accise e lo scaricabarile del governo sui benzinai, che nel frattempo confermano lo sciopero, ha del surreale. Mentre le compagnie energetiche macinano profitti speculando sulla crisi, nel nostro Paese si guarda il dito e non la luna.
Nel frattempo le persone vengono lasciate in balìa del carovita senza politiche sostanziose per fronteggiarlo, al punto che inevitabilmente si allarga ancora la forbice delle disuguaglianze, come certificato dall’ultimo rapporto di Oxfam, presentato in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos.

Aumentano le disuguaglianze: anche durante la crisi i ricchi fanno sempre più profitti

La disuguaglianza non conosce crisi” è il titolo del report di Oxfam, che rivela come per la prima volta in 25 anni la ricchezza estrema e la povertà estrema sono aumentate drasticamente e contemporaneamente. Ciò a causa delle molteplici crisi che il mondo sta vivendo: la pandemia prima, la crisi dell’energia, le pressioni inflazionistiche e i venti di una nuova recessione, che «si sono innestati su divari socio-economici strutturali, di lungo corso, e li hanno ulteriormente esacerbati in un’esplosione di disuguaglianza».
Mentre i più sono sopraffatti da queste crisi e ne pagano le conseguenze più dure, non manca al contrario chi ha visto le proprie condizioni economiche consolidarsi.

In particolare, nel biennio 2020-2021 l’1% più ricco del globo «ha beneficiato di quasi due terzi dell’incremento della ricchezza netta aggregata – sei volte la quota di incremento che ha interessato le imposte patrimoniali dei 7 miliardi di persone che compongono il 90% più povero dell’umanità», si legge nel rapporto di Oxfam, che continua osservando che «la ricchezza dei miliardari Forbes è cresciuta tra il mese di marzo 2020 e il mese di novembre 2022 al ritmo di 2,7 miliardi di dollari al giorno».

«Su 100 dollari di ricchezza prodotta – esemplifica ai nostri microfoni Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia – 63 sono andati all’1% della popolazione, mentre solo 10 dollari sono andati al 90% della popolazione. La gran parte degli 8 miliardi di cittadini che abitano il pianeta hanno avuto solo le briciole».
Nel frattempo, l’aumento dell’inflazione ha superato nel 2022 la crescita media dei salari in 79 paesi con una forza lavoro complessiva di quasi 1,7 miliardi di lavoratori, più della popolazione dell’India.

Le speculazioni di compagnie energetiche e agroalimentari: la “greedflation”

Ma quali settori hanno guadagnato di più? Per Oxfam sono le grandi imprese del comparto energetico e agro-alimentare, che hanno più che raddoppiato i propri profitti nel 2022 rispetto alla media 2018-2020, corrispondendo nell’anno passato 257 miliardi di dollari ai propri azionisti, mentre oltre 800 milioni di persone soffrivano la fame.
Per arrivare a questo risultato quelle società hanno scaricato sui consumatori l’aumento dei costi dei beni intermedi, contribuendo ad accelerare i rincari. Questa pratica è sintetizzata dal neologismo “greedflation“, traducibile in “inflazione di avidità”.

In particolare, la “greedflation” viene definita come una pratica adottata da alcune società in un contesto inflattivo. Consiste in un aumento dei prezzi per ottenere un vantaggio dall’inflazione e aumentare il proprio margine di profitto, anche se non ce ne hanno bisogno poiché i costi di produzione non hanno subito un incremento tale da giustificare l’aumento dei prezzi. Il meccanismo su cui si fa leva è proprio quello dell’inflazione: i consumatori non si sorprendono degli aumenti vista l’inflazione generale di cui sono consapevoli.
Quel che è peggio è che nessuna politica pubblica sembra voler contrastare questa condotta.

La situazione in Italia e quali politiche servirebbero

«Le disuguaglianze non sono casuali – rimarca Oxfam – né le marcate divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini, lungo le sue molteplici dimensioni, sono ineluttabili. Sono piuttosto il risultato di precise scelte di politica pubblica che hanno prodotto negli ultimi decenni profondi mutamenti nella distribuzione di risorse e potere, dotazioni ed opportunità».
Per l’ong, i governi hanno forti responsabilità, non avendo, in larga parte, adottato politiche strutturali che riducessero le disparità, redistribuissero ricchezza e potere, rigettassero l’ingerenza e il condizionamento politico da parte di portatori di interessi particolari.

Se si prende in considerazione il nostro Paese, il risultato di queste politiche è che cresce la disuguaglianza dei redditi netti, per cui l’Italia si colloca tra gli ultimi paesi nell’Ue. La povertà assoluta, stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020, interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno allarmante che ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici.

Oxfam ha concentrato l’attenzione su tre ambiti: le politiche fiscali, le politiche del lavoro e le politiche di contrasto alla povertà e ora di supporto per il contrasto al caro-vita. Ed è su queste che chiede interventi al governo.
A partire dal contrasto al caro-vita e alla povertà, abbandonando il regime transitorio del Reddito di cittadinanza per il 2023 e riformare la misura per renderla più equa ed efficiente. Occorre poi favorire accordi tra le parti sociali per ridefinire una più efficace indicizzazione dei salari ai prezzi e indicizzare all’inflazione il reddito soglia per l’accesso al reddito di cittadinanza.

Sul fronte dell’equità fiscale, Oxfam chiede di potenziare la tassa sugli extraprofitti a carico degli operatori del comparto energetico fossile, aumentando l’aliquota dal 50% all’80% ed estendendo la misura ai settori farmaceutico ed assicurativo, e di rafforzare la funzione redistributiva della leva fiscale, aumentando la contribuzione a carico dei più ricchi. Bisogna poi favorire la ricomposizione del prelievo spostando la tassazione dal lavoro a rendite, profitti e interessi e abbandonare il ricorso a trattamenti fiscali differenziati tra contribuenti in condizioni economiche affini.

Infine c’è il capitolo del lavoro dignitoso. Per Oxfam occorre disincentivare l’utilizzo di contratti non standard, estendendo l’uso dei principali contratti collettivi nazionali, con limitazioni all’esternalizzazione del lavoro e previsione di una drastica riduzione delle forme contrattuali a tempo determinato ed estendere erga omnes l’efficacia dei principali contratti collettivi nazionali. Infine bisognerebbe finalmente introdurre un salario minimo legale e vincolare gli incentivi all’occupazione alla qualità e sostenibilità dei posti di lavoro creati.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO PETRELLI:

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