Smart working, didattica a distanza, gender pay gap e carico di cura familiare. Questi sembrano essere ad oggi gli elementi che hanno caratterizzato la situazione lavorativa delle donne italiane durante la prima fase della pandemia da Coronavirus.

Donne e lavoro: come il Coronavirus ha ostacolato sviluppo e parità

La giornalista e scrittrice bielorussa Svjatlana Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura nel 2015, scriveva “il lavoro non ha un volto di donna”. E oggi più che mai, la pandemia da Coronavirus che stiamo vivendo sta rendendo sempre più evidente questa problematica. Smart working, didattica a distanza e clima di generale precarietà lavorativa hanno portato durante la prima ondata, e stanno portando tutt’ora, le donne italiane a una brusca fuoriuscita dal mercato del lavoro.

Stefania Paolazzi, della Fondazione Innovazione Urbana, intervenendo nella conferenza della Commissione Parità” del comune di Bologna, proprio in merito a come le nuove modalità di lavoro da remoto stiano minando la vita lavorativa delle donne italiane ha spiegato: «il rischio è quello di andare a creare ulteriori rotture e disuguaglianze che possano andare a colpire in maniera particolare la categoria delle donne che ancora sta lottando per riuscire a trovare un equilibrio tra lavoro e carico domestico».

Anche l’Associazione Orlando di Bologna, attraverso il questionarioCovid-19, allarme povertà e precarietà delle condizioni di lavoro delle donne” ha cercato di fotografare la realtà delle donne lavoratrici durante la fase 1 della pandemia. Lanciato fra fine marzo e metà aprile e su base nazionale, ha ricevuto quattro mila risposte, di cui un terzo bolognesi, che hanno permesso di evidenziare, come spiega la presidente dell’Associazione Giulia Sudano, che «sul lato economico, a prescindere dalla provenienza geografica le donne, in particolare giovani, si riconoscono in fasce di reddito molto basse, da zero a 15mila euro e molte di loro ha poi affermato come la percezione legata al proprio futuro lavorativo fosse di precarietà».

A registrare il calo occupazionale femminile è stato anche lo Studio Legale Associato di Bologna (specializzato in diritto del lavoro pubblico e privato e della previdenza sociale) che ha fermato come, proprio in ragione del gender gap «le lavoratrici donne sono quelle che fuoriescono di più dal mercato del lavoro e la differenza che c’è a livello retributivo comporta che poi siano costrette di fatto a rinunciare al posto di lavoro piuttosto che lavorare in smart working. Poi possiamo fare anche un altro ragionamento, ovvero che storicamente i lavori che sono svolti dalle donne si prestano di più ad essere spostati in smart working, primo fra tutti quello dell’insegnante»

A minare la stabilità lavorativa delle donne italiane però ha contribuito anche il cruciale stop che ha paralizzato il paese, quello della didattica scolastica. In merito a questo tema lo Studio Legale Associato ha condotto un’analisi, “Il lavoro femminile al tempo del Covid-19: ovvero la “rincorsa continua” tra smart-working e smart-schooling” rispetto alla conciliabilità tra smart working e didattica a distanza, sostenendo come «il bambino ad esempio della primaria deve essere necessariamente accudito e sostenuto dai genitori e generalmente il genitore che si occupa della scuola e in particolare della didattica è la donna. Quindi c’era un difetto di conciliabilità tra quella che era l’esigenza lavorativa della lavoratrice madre e dall’altro lato quella che invece era la necessità del bambino di essere supportato».

Ad esprimersi in merito alla questione del carico di cura familiare è anche Rossella Ghigi, professoressa del Dipartimento di Scienze Dell’Educazione dell’Università di Bologna: «nonostante più di un terzo degli occupati italiani, uomini e donne, abbiano difficoltà a conciliare vita lavorativa e familiare, le donne hanno ancora il 70% del carico di lavoro domestico e di cura, anche ad alti livelli di istruzione della coppia». «Più della metà delle donne occupate – prosegue la docente – svolge più di 60 ore settimanali per il lavoro di cura familiare a fronte delle 46,6 degli uomini».
Una realtà, dunque, quella delle lavoratrici italiane che sembra soffrire ora, oltre dei già presenti e reiterati stereotipi di genere e di un retaggio culturale che ostacola e prevarica, anche di una situazione emergenziale che ha alzato e rinforzato barriere economiche e sociali.

Francesca M. Chiamenti

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