Con il pretesto degli scontri a Torino di sabato scorso, il governo Meloni cerca di accelerare sul nuovo Pacchetto Sicurezza di cui erano già circolate bozze nella settimana precedente.
Si tratta di una nuova svolta repressiva, in discussione ad appena sei mesi dall’entrata in vigore dal famigerato ddl 1660, che in questi giorni sta mostrando i primi effetti con le denunce per blocco stradale ad operai in sciopero e a manifestanti che parteciparono agli scioperi generali contro il genocidio a Gaza.
Ieri Giorgia Meloni ha affermato di voler coinvolgere l’opposizione, ma dal Pd si teme possa essere una trappola.

Pacchetto Sicurezza: i dubbi di costituzionalità su almeno tre norme

Gli aspetti particolarmente problematici del nuovo Pacchetto Sicurezza sono molteplici, ma in queste ore sui media ne vengono sottolineati tre: il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti considerati pericoli per l’ordine pubblico, la cauzione per chi organizza manifestazioni e lo scudo penale per gli agenti delle forze dell’ordine.
Tutte queste misure presentano forti dubbi di costituzionalità, in particolare per quanto riguarda la limitazione della libertà personale, per il diritto stesso a manifestare, che verrebbe subordinato alla disponibilità economica, e per la disparità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge.

Il fermo preventivo, in particolare, permetterebbe alle forze dell’ordine di trattenere una persona per un massimo di 12 ore (ma la Lega le vorrebbe estendere fino a 48) se ritenuta un potenziale pericolo per l’ordine pubblico poco prima dell’inizio di una manifestazione.
Destinatari della misura sarebbero soggetti con “precedenti specifici”, cioè già coinvolti in scontri o violenze durante le manifestazioni, che vengono individuati mentre si apprestano a partecipare a un evento di protesta.
A esprimere perplessità sulla costituzionalità della norma sembra essere direttamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al punto che il governo sta svolgendo approfondimenti tecnici per valutare se inserirla effettivamente nel Pacchetto Sicurezza.
Come abbiamo già ricordato, la misura ricorda molto i fermi preventivi operati durante il regime fascista nei confronti degli antifascisti in occasione della visita di Benito Mussolini in una città.

«In una democrazia costituzionale la libertà personale è garantita dall’intervento della magistratura – osserva ai nostri microfoni Luca Masera, docente di Diritto penale all’Università di Brescia – questo è un principio fondamentale dello stato di diritto che con questa riforma verrebbe scardinato. Intervenire sulla libertà personale da parte delle forze di polizia senza la magistratura è incompatibile con la Costituzione, in particolare con l’articolo 13. La riforma va in una direzione propria degli Stati che non sono più democratici, è una deriva ungherese».

Altrettanto problematica appare la cauzione per gli organizzatori di manifestazioni. Anch’essa voluta dalla Lega, si tratta di una garanzia di tipo finanziario, ad esempio una fideiussione, che chi promuove una manifestazione di protesta dovrebbe versare per risarcire danni a beni pubblici, vetrine o ferimenti occorsi durante i cortei. L’obiettivo è responsabilizzare chi organizza, evitando che i costi dei vandalismi ricadano sulla collettività.
Anche in questo caso, la misura è stata contestata, in particolare da Cgil e Avs, che hanno sottolineato come rappresenti una limitazione al diritto costituzionale di manifestare, in quanto solamente chi dispone di risorse economiche potrebbe organizzare una protesta.«Anche per questa misura è difficile vedere una compatibilità con la Costituzione – sottolinea Masera – perché pone dei limiti di censo per l’esercizio del diritto di riunione. I principi della responsabilità civile e penale già prevedono che chi compie dei danni ne risponderà personalmente».

Infine, altrettanto controversa sembra essere la misura dello scudo penale per gli agenti delle forze dell’ordine. Si tratta di una misura che incrementa le tutele legali per la polizia, in modo da evitare che un agente venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati non appena utilizza le armi o la forza fisica in situazioni critiche.
Nello specifico, la norma impedirebbe le conseguenze automatiche di un’indagine, come la sospensione dal servizio o il blocco dello stipendio, finché non sia accertata una reale responsabilità.
Anche in questo caso sussistono dubbi di costituzionalità, in particolare dell’articolo 3. Il rischio è la creazione di “spazi di impunità” o disparità di trattamento rispetto ai normali cittadini.

«In realtà l’iscrizione nel registro degli indagati è una forma di garanzia rispetto all’indagato stesso, che se non coinvolto nel procedimento giudiziario non potrebbe, ad esempio, nominare dei propri consulenti – sottolinea il docente di Diritto penale – Non è vero che un avviso di garanzia genera automaticamente conseguenze disciplinari come la sospensione dal servizio, quella è una decisione che spetta ai capi di polizia dell’agente. Il rischio è una deriva in stile Ice, con l’immunità decisa a livello federale dal legislatore per gli agenti. Ciò che mi colpisce di più di questa vicenda è l’assenza di umanità rispetto, ad esempio, alla morte di una persona, anche se fosse un rapinatore».

ASCOLTA L’INTERVISTA A LUCA MASERA: