Gli scontri a Torino a margine della manifestazione “Torino è partigiana”, organizzata dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna, sono stati raccontati seguendo uno schema ormai consolidato. Sui quotidiani è tornata l’espressione “black block”, mutuata dal G8 di Genova del 2001, e sui social c’è chi ha ipotizzato la presenza di infiltrati, poiché l’assoluta maggioranza delle 50mila persone scese in piazza era pacifica.
La politica ha cavalcato i fatti, in particolare la destra che ha puntato il dito contro gli “antagonisti violenti”. La premier Giorgia Meloni è andata a trovare in ospedale gli agenti delle forze dell’ordine feriti, in particolare quello aggredito dai manifestanti, uno dei quali brandiva un martelletto.

Meloni ha definito l’attacco «tentato omicidio» e ha promesso che oggi in Consiglio dei ministri si discuterà del nuovo Pacchetto Sicurezza, che il governo ha già in cantiere.
Gli scontri a Torino, in altre parole, rappresenterebbero l’occasione perfetta in mano alla destra al governo per inasprire ancora di più la repressione. In particolare, tra le misure più controverse contenute nella bozza del Pacchetto Sicurezza c’è il fermo preventivo fino a 12 ore di attivisti prima di una manifestazione. Come abbiamo già avuto modo di ricordare, la misura ricorda gli arresti preventivi di antifascisti durante il Ventennio, in occasione della visita di Benito Mussolini in una città.

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Scontri a Torino, il contesto del poliziotto aggredito col martelletto

I resoconti dei principali quotidiani sembrano fornire un quadro univoco, fatto di violenza dei manifestanti e attacchi alle forze dell’ordine.
Alcuni giornalisti che erano sul luogo, però, offrono ricostruzioni che incrinano o forniscono elementi diversi a quella narrazione.
Il racconto che in queste ore è circolato di più è quello della giornalista Rita Rapisardi, che era vicina dall’ormai iconica scena del poliziotto aggredito con il martelletto.
In un lungo e dettagliato post, Rapisardi racconta per intero la scena, sottolineando che i cinque secondi che hanno fatto il giro della rete non permettono di comprendere tutto il contesto e la dinamica di quanto realmente accaduto.

Rapisardi si trovava a pochi metri dalla scena. «Mi ero nascosta dietro un’auto appena ho visto partire la carica», racconta ai nostri microfoni.
Tutto si è svolto su Corso Regina e gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi, perché le forze dell’ordine stavano arrivando da entrambi i lati. Tra queste, c’era anche il poliziotto che è stato successivamente aggredito.

«Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero – ha scritto la giornalista nel suo post – Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno».

ASCOLTA L’INTERVISTA A RITA RAPISARDI:

L’anziano col volto insanguinato lasciato a terra in stato confusionale

Ai video dell’aggressione al poliziotto, circolati dopo gli scontri di Torino, se ne sono aggiunti altri che documentano episodi di violenza immotivata da parte delle forze dell’ordine nei confronti di manifestanti inoffensivi, giornalisti e semplici passanti. Le immagini mostrano manganellate contro persone in fuga, pestaggi ai danni di reporter e, in almeno un caso, il mancato soccorso a un anziano ferito, rimasto a terra sanguinante per diversi minuti.
Su quest’ultimo episodio si concentra la testimonianza di Mattia Bidoli, fotografo e operatore umanitario con esperienza in contesti di guerra, presente sul posto per documentare la manifestazione. Secondo il suo racconto, l’uomo – probabilmente ubriaco e comunque estraneo al corteo – sarebbe stato colpito alla testa da un oggetto, riportando una profonda ferita alla fronte. L’anziano si trovava già oltre le linee della polizia, lontano dai manifestanti, ma nonostante le condizioni critiche è stato inzialmente ignorato dagli agenti presenti.

Bidoli riferisce di aver notato il collega Fabio Bucciarelli mentre cercava di sorreggere l’uomo, incapace di stare in piedi e in stato confusionale. Alla richiesta ripetuta di chiamare un’ambulanza, la risposta degli agenti è stata evasiva. Secondo il fotografo, le tensioni di quella zona rendevano di fatto impossibile l’arrivo dei soccorsi esterni. Solo dopo un confronto con un superiore, che avrebbe assicurato l’allertamento dei mezzi sanitari, i presenti hanno deciso di trasportare l’anziano a braccia per circa 300 metri oltre le linee. Qui l’uomo è stato infine preso in carico da una poliziotta qualificatasi come infermiera e da altri agenti dotati di presidi medici. «Lavoro abitualmente in zone di guerra – racconta Bidoli ai nostri microfoni – ma non sono abituato a vedere scene simili in Italia. Ho percepito un clima di violenza repressa e un odio tangibile».

Una versione confermata anche da Fabio Bucciarelli, reporter con una lunga esperienza nei conflitti armati, che racconta di aver visto l’anziano inginocchiato, con il volto coperto di sangue, mentre gli agenti passavano senza intervenire. In una fotografia scattata in quei momenti si vede l’uomo tendere la mano verso un poliziotto, che lo guarda e prosegue oltre. «Ho chiesto aiuto più volte – ha affermato a Fanpage – ma ho ricevuto solo indifferenza. Negare il soccorso a una persona ferita è qualcosa che non avevo mai visto, nemmeno nei contesti di guerra».
Parallelamente, altri filmati diffusi sui social mostrano ulteriori episodi di violenza: manifestanti colpiti mentre si allontanano e un giornalista accerchiato da una decina di agenti, gettato a terra e colpito con calci, manganellate e insulti.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MATTIA BIDOLI: