All’alba di oggi, venerdì 8 maggio, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla “sopravvissute” all’assalto piratesco di Israele dello scorso 29 aprile hanno ripreso la via del mare. Dopo lo stop a Creta, i natanti sono salpati in direzione Turchia, dove faranno uno scalo per accogliere nella flotta altre imbarcazioni e tenteranno nuovamente di portare a termine l’obiettivo: raggiungere Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese e rompere il blocco navale illegale imposto da Tel Aviv.
«La ripartenza non era mai stata in discussione», osserva ai nostri microfoni Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica dell’ex Gkn, che è a bordo di una delle barche.

Riparte la Global Sumud Flotilla, Salvetti: «Le partite sono molteplici»

«Avevamo bisogno di sistemare alcune barche – spiega Salvetti – ma la missione non è mai stata in discussione. L’obiettivo continua a essere andare verso Gaza, per rompere il blocco illegale che c’è su Gaza, che è parte di u’occupazione, quella della Palestina, e di un genocidio, che a loro volta sono parte dell’intero scenario mondiale di escalation bellica. Quindi continuiamo ad andare non solo per solidarità verso la resistenza palestinese, ma per solidarità in realtà verso tutte e tutti noi che siamo coinvolti in questo processo».

Nei giorni scorsi l’attivista aveva pubblicato un post, che è circolato molto sui social network, in cui spiegava quale sia la vera partita attorno alla missione della Global Sumud Flotilla e che giustifica anche la tenacia nonostante i rischi.
Ma c’è un’altra partita che si è aperta ora con il sequestro di Thiago Avila e Saif Abukeshek, rapiti insieme agli altri attivisti nell’incursione della settimana scorsa, ma da allora detenuti illegalmente da Israele, che li accusa di reati assimilabili al terrorismo e ha nuovamente prorogato la loro reclusione.
I due prigionieri continuano lo sciopero della fame, a cui si è aggiunto quello dei liquidi, e destano preoccupazione le loro condizioni, anche a fronte degli abusi segnalati dagli altri fermati, poi rilasciati in Grecia.

IL POST DI DARIO SALVETTI:

A colpire, nella vicenda, è stato il silenzio della comunità internazionale, a partire dai Paesi di cui sono cittadini i due reclusi. E se qualche timida dichiarazione dei capi di Stato e di governo si è letta in seguito all’atto di pirateria di Israele del 29 aprile, nessuna presa di posizione pubblica è stata presa finora per chiederne l’immediata liberazione e la fine del sequestro illegale.
«Un diritto è un diritto, non un privilegio. E l’azione di Israele ci dice che noi siamo persone sequestrabili e accusabili di terrorismo tanto quanto la resistenza palestinese – osserva Salvetti – Quanto è stato fatto è la dimostrazione che quando non fermi un’ingiustizia, questa ingiustizia è destinata ad allargarsi a generalizzarsi».

L’esponente del Collettivo di Fabbrica denuncia che è in corso una “sionistizzazione” della società. «Non tanto perché il sionismo di per sè sia in espansione in maniera inerziale – sottolinea Salvetti – ma perché risponde a una società che va in guerra. Quindi il modello che il sionismo propone, modello tecnologico di controllo sociale, di sterminio, è quello che più aderisce all’attuale evoluzione della società che va verso la guerra».
In altre parole, il punto non è chiedersi perché la Flotilla va verso Gaza, ma è che il genocidio sta venendo verso di noi. «Noi, puntando le barche in quella direzione, stiamo semplicemente rendendo visibile ciò che altrimenti il risulta invisibile», sottolinea Salvetti.

Al netto di eventuali nuove aggressioni israeliane, per la Global Sumud Flotilla lo scalo in Turchia sarà un momento “delicato”.
«Facciamo un scalo in Turchia, perché ci sono forze turche, non governative e assolutamente indipendenti e radicali, che si uniranno alla Flotilla – osserva l’attivista – Chiaramente sappiamo che il tentativo di narrazione che ci sarà, da entrambe le parti dei blocchi geopolitici in scontro, sarà quello di considerare la Flotilla come qualcosa che prende parte a fianco di Erdogan contro l’Israele. Ogni volta che c’è uno sono scontro geopolitico, ci sono tentativi di tirarti di una parte e l’altra. La flotilla semplicemente attracca in un porto e poi da lì si organizza con navi di altri solidali e da lì discute come e quando ripartire alla volta di Gaza».

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Il racconto del bolognese imbarcato con la Flotilla

Tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla che sono scampati all’assalto israeliano e che ora hanno ripreso la navigazione c’è anche Alessio Catanzaro, 31 anni, dottorando in Fisica all’Imt di Lucca, e residente in provincia di Bologna. Alessio è anche un velista e proprio per questa ragione ha pensato di mettere le proprie competenze a disposizione della Flotilla.
Ai nostri microfoni racconta le prime ore di ripresa della navigazione, contraddistinte da un vento in poppa che sta facendo viaggiare le barche a una buona velocità e si mostra abbastanza sereno sul fatto che, almeno per il primo tratto che conduce fino in Turchia, le cose possano andare tranquillamente.

«Io fin da piccolo sono stato dentro i vari movimenti partecipativi, ad esempio sono iscritto all’Anpi», racconta il giovane. La ragione che lo ha persuaso ad imbarcarsi, oltre a quella morale di lotta pacifica contro il genocidio, è di natura pratica: «Sono abbastanza libero col lavoro e ho pensato di imbarcarmi in quella che è anche un’avventura invece di stare rinchiuso in casa».
Catanzaro ha la certezza che le barche della Flotilla siano nuovamente seguite dai droni, ma non solo quelli israeliani. Su quel tratto di mare, infatti, anche Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, utilizza droni.
Prima di imbarcarsi ha ricevuto una formazione su come comportarsi in caso di attacco. «Il principio è quello della non violenza – racconta – Noi siamo una missione umanitaria, non siamo per nulla violenti e puntiamo alla de-escalation. Anche perché sappiamo che l’entità sionista utilizza come pretesto le eventuali reazioni».
Mentre naviga verso la Turchia, Alessio augura buon vento alla “flotilla di terra”, il movimento Blocchiamo tutto che lo scorso autunno si è manifestato negli scioperi generali, perché «sono loro che possono fare pressione sui governi, sia per proteggere noi, ma soprattutto per fermare il genocidio».

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