Dopo l’intervista di Francesca Fagnani a Roberto Savi, la Procura di Bologna torna a indagare più attivamente su quella che è passata alla storia come la vicenda della banda della Uno Bianca.
A 32 anni dalla fine dell’incubo che per più di un lustro sparse terrore a Bologna, in Romagna e nelle Marche, le parole dell’ergastolano hanno confermato ciò che molti, a partire dall’associazione dei famigliari delle 24 vittime, pensavano da tempo, cioè che ci fossero ancora punti oscuri nell’attività criminale dei fratelli Savi e degli altri soci e che non tutta la verità fosse emersa.
Chi si spinge ancora più in là è la redazione di Contropiano, che sul tema ha realizzato un dossier e ipotizza che la vicenda della banda della Uno Bianca possa essere ascritta a una “guerra a bassa intesità” quale “ultima fase” della strategia della tensione.

La banda della Uno Bianca, i legami con altri misteri e il bisogno di arrivare alla verità totale

Che le gesta della banda della Uno Bianca e della “Falange Armata” che ne rivendicava le azioni non potessero essere considerate una semplice, per quanto efferata, attività criminale, in realtà, non è un sospetto nato oggi. L’associazione dei famigliari delle vittime presentò un esposto tre anni fa, nel 2023, in seguito alle dichiarazioni rilasciate dall’ex premier Giuliano Amato a la Repubblica in merito alla strage di Ustica. Gli avvocati delle famiglie delle vittime misero insieme alcuni pezzi, immaginando che ci potesse essere un filo rosso tra la strage aerea e la figura dei fratelli Savi, in particolare proprio di Roberto.
«Con certezza Roberto Savi, nell’ambito dei rapporti che intratteneva con fonti e mondi legati ai servizi di sicurezza – affermarono all’epoca gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser – ha avuto modo di intercettare notizie afferenti alla strage di Ustica, che solo nell’ambito di alcune agenzie e contesti operativi potevano ‘girare’ nei primi anni ’90».

Come accaduto per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, di cui solo negli ultimi anni diverse sentenze hanno portato ad acclarare la verità sui mandanti, Giacomo Marchetti di Contropiano chiede ora che la magistratura venga costretta ad andare fino in fondo, sia per rispetto delle famiglie delle vittime e del loro diritto ad avere tutta la verità, sia per i tanti innocenti che, anche in seguito ai depistaggi che subirono le indagini relative alla banda della Uno Bianca, sono finiti ingiustamente dietro le sbarre.
Proprio come il 2 agosto, in particolare, per Contropiano le gesta criminali dei Savi potrebbero essere considerate l’ultima fase della strategia della tensione. Gli stessi membri della banda della Uno Bianca, in particolare, non dovrebbero essere considerati “semplici” criminali, ma terroristi.

Tra i diversi depistaggi, uno che suscita ancora interrogativi è quello che venne attribuito al brigadiere dei carabinieri Domenico Macauda in merito al duplice omicidio compiuto dalla banda il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore. A perdere la vita furono altri due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu.
Macauda venne accusato di aver portato sulla scena del crimine dei bossoli diversi rispetto a quello delle armi che avevano ucciso i carabinieri e di aver modificato il percussore della propria arma d’ordinanza per rendere impossibile un confronto balistico certo.
Nei vari processi, Roberto Savi disse sempre di non conoscere Domenico Macauda né le ragioni per le quali li avrebbe aiutati depistando le indagini.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIACOMO MARCHETTI: