Isabella Del Fagio, giovane cantautrice ha deciso di prendere parte all’iniziativa RiArt- artisti uniti contro il riarmo e la guerra, con Confini, una canzone che ci esorta a metterci in discussione. 

La musica come mezzo politico: il bisogno di parlare

Siamo tutti a conoscenza del potere immenso che la musica ha di comunicare, tramite suoni, parole, e soprattutto emozioni, molto spesso la musica è stata usata per portare avanti un messaggio sociale e politico, ed è proprio questa l’idea a base di RiArt. La musica è espressione di chi la compone, scrive, e canta, dietro ogni nota si cela l’esperienza personale dell’autore, le paure, i valori, e soprattutto le sue idee. E l’esperienza di Isabella si sente eccome dietro ogni accordo della sua chitarra, si percepisce proprio il concetto di musica come comunicazione, si percepisce una grande attenzione ai temi, e il trasporto con cui vengono trattati, come se la musica fosse il modo più naturale per esprimersi. Isabella infatti suona da sempre, da quando è giovanissima, e ha avuto la fortuna di essere circondata da persone politicamente impegnate, e di crescere ascoltando i grandi cantautori italiani che spesso nascondevano, neanche troppo velatamente, critiche e messaggi politici nelle loro poesie musicali, è proprio grazie all’insieme di queste cose: la consapevolezza degli argomenti, la comprensione e l’amore per il medium musicale, e l’ispirazione a grandi penne che riesce a creare delle canzoni in grado di delineare perfettamente un messaggio potente.

la rivoluzione di ognuno di noi

Confini è una canzone che si pone molto critica sul concetto di limite, di confine tra i popoli, di distanza, non inteso però unicamente come confine geografico, ma come confine mentale, quei solchi che tracciamo nel terreno tra noi e gli altri, spesso sofferenti, per creare una distanza da quel dolore che tanto ci spaventa, o ancora quei confini che creiamo nella nostra testa per razionalizzare le incoerenze della nostra società .“lo vedi le bombe non sono qui per noi, ma ci sono le nostre impronte, che questo paese racconta la pace ma nasconde la guerra” forse è il verso che verso che meglio spiega questo concetto, una critica al sistema con cui i paesi dichiarano di abiurare la guerra in tutte le sue forme, salvo produrre, vendere e acquistare armi al miglior offerente, mettendo al centro di questo il cittadino che non rivoltandosi a questo sistema lo rende possibile, sporcandosi a sua volte le mani di sangue, ma è capace di non farsi mangiare da questa dissonanza proprio erigendo un confine, amplificando la distanza se e chi sta dal lato sbagliato dai fucili prodotti in serie dalle fabbriche di armi. La canzone si configura quindi come una chiamata alla coscienza, un grillo parlante nell’orecchio che si pone l’obiettivo di ricordare all’ascoltatore che sulla terra non ci sono solchi a dividere le persone e i popoli, ma questi abissi la quasi totalità delle volte sono forgiati da noi esseri umani perché “Gli unici confini siamo Noi”

ascolta l’intervista ad Isabella Del Fagio e la sua Confini: