Nel 1996 i Rage Against The Machine pubblicarono l’album “Evil Empire” in cui, già dal titolo, criticavano l’imperialismo statunitense, definito appunto “Impero del Male”.
A trent’anni di distanza si delineano i contorni di questo impero, che ruota attorno al petrolio per il quale si ricorre sempre più facilmente alla guerra. Ma il petrolio è anche il carburante del genocidio perpetrato da Israele nei confronti del popolo palestinese, come sempre con la complicità degli Stati occidentali.

Evil Empire
La copertina dell’album dei Rage Against The Machine

L’impero del petrolio di Donald Trump

È un giornalista di Bloomberg ad aver immaginato che la costruzione di un impero del petrolio, e più in generale del fossile, sia un obiettivo di Donald Trump. Prendendo in esame la dottrina Donroe – crasi tra la tradizionale dottrina imperialistica Monroe sull’America Latina e l’interpretazione aggressiva di Donald – e sommando la produzione petrolifera dei Paesi su cui gli Stati Uniti già esercitano o vorrebbero esercitare controllo e influenza – dal Venezuela alla Groenlandia, da Cuba alla Colombia, passando per Panama – emerge che il 40% della produzione petrolifera e il 20% delle riserve andrebbero a costituire, appunto, un vero e proprio impero del petrolio.

«Non dobbiamo immaginare che quest’impero esista già, ma potrebbe essere un obiettivo di non facile realizzazione – osserva ai nostri microfoni il giornalista Lorenzo Tecleme, che sul tema firma un articolo pubblicato da Valori.it – Gli ostacoli che Trump deve affrontare sono almeno due. Da un lato i presidenti di sinistra o indipendenti dei Paesi dell’America Latina, come il Brasile o il Messico, dall’altro la transizione energetica, che toglierebbe sempre più potere a chi investe sulle fonti fossili».
È notizia di questa mattina, a supporto di questa visione, che Trump abbia scelto di ritirare gli Stati Uniti da importanti agenzie Onu che si occupano di crisi climatica, come l’Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e la comunità scientifica dell’Ipcc.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LORENZO TECLEME:

Il petrolio come carburante del genocidio

Sempre su Valori.it, la giornalista Linda Maggiori riporta un’inchiesta internazionale che mostra come il petrolio non sia solo una delle principali cause della crisi climatica, ma anche un fattore chiave nell’alimentare guerre e genocidi. Dai caccia ai carri armati, fino alle navi militari, i conflitti moderni dipendono da una complessa rete globale di estrazione, raffinazione e trasporto di greggio e carburanti, che coinvolge anche l’Italia.
Secondo un report di Oil Change, tra novembre 2023 e ottobre 2025 Israele ha ricevuto oltre 21 milioni di tonnellate tra greggio e prodotti petroliferi da quasi trenta Paesi. L’Italia risulta il quarto esportatore di prodotti raffinati, con spedizioni partite soprattutto dalle raffinerie di Sarroch e Taranto e dal porto di Ravenna.

I carburanti arrivano alle raffinerie israeliane di Haifa e Ashdod e finiscono anche all’aviazione militare, tramite società legate al ministero della Difesa israeliano.
La raffineria sarda di Sarroch, oggi controllata dal colosso Vitol, avrebbe svolto un ruolo centrale: greggio brasiliano lavorato in Sardegna viene poi esportato verso Israele. Anche Taranto, collegata ai giacimenti lucani gestiti da Eni, Shell e TotalEnergies, rientra nella filiera. Attivisti hanno tentato di bloccare alcune spedizioni, mentre le aziende coinvolte rivendicano l’impossibilità di sottrarsi ai contratti.

Sul piano legale, la fornitura di carburanti militari è considerata da esperti e organismi Onu una possibile violazione della Convenzione sul genocidio. Nonostante gli appelli, i flussi continuano: dagli Stati Uniti arrivano grandi quantità di JP-8, carburante per jet militari, trasportate da petroliere che fanno scalo in numerosi porti mediterranei.
In parallelo, in Italia opera la rete Nato di oleodotti militari, segnata da incidenti ambientali ma oggetto di nuovi potenziamenti, a conferma di come il petrolio resti un pilastro materiale del riarmo e dei conflitti in corso.

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