Venerdì 1° maggio, festa delle lavoratrici e dei lavoratori, ci siamo occupate di lavoro attraverso un articolo che tocca una questione molto interessante e che qui vi riproponiamo in forma di domanda: perché non ti va più di lavorare?
L’articolo è stato pubblicato su Tlonletter, la newsletter su Substack di Tlon, progetto culturale fondato da Maura Gancitano e dallo stesso Andrea Colamedici.
Scrive Colamedici: “C’è una frase che negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere da persone molto diverse tra loro. La dicono impiegati di banca, medici di base, giornaliste, insegnanti, consulenti, manager di medio livello, designer, avvocati, e la dicono a bassa voce, come fosse una confidenza un po’ imbarazzante, oppure la dicono ridendo, per non prenderla sul serio. La frase è: non mi va più di lavorare.
Chi parla di pigrizia, di sdraiati, di indolenza, non ha capito niente.Non si tratta neanche, come si sente dire negli articoli e nei talk aziendali, di semplice burnout. Tutto vero, sì, dolorosamente vero, e però non è tutto qui. Questa spiegazione non riesce a catturare la qualità particolare di questa stanchezza, che evidentemente non è quella di chi ha spalato carbone per dieci ore. È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi. La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente. È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare, ed è questo che la rende così difficile da curare”.
Una seconda versione, più breve, pubblicata il 28 maggio, ripropone il tema della stanchezza contemporanea nei confronti del lavoro indicando la ragione nel “non sentirci più la causa”: “La società occidentale contemporanea si è costruita su una promessa: che il lavoro dia senso alla vita. È una promessa recente, molto più di quanto pensiamo. Per la maggior parte della storia umana lavorare è stato una disgrazia, qualcosa che toccava agli schiavi, ai contadini, a chi era costretto a farlo. Poi è arrivato il protestantesimo, poi l’economia politica, poi la società industriale, e quella disgrazia si è trasformata in vocazione, in dovere, in identità. A un certo punto abbiamo cominciato a presentarci dicendo all’interlocutore cosa facciamo per vivere, come se questo esaurisse la domanda sul chi siamo.
Siamo animali che hanno bisogno di sentirsi la causa di qualcosa. David Graeber ha passato anni a raccogliere testimonianze di persone che avevano lavori comodi, ben pagati, rispettabili, e si sentivano morire dentro, perché sapevano che quello che facevano non serviva a niente. Li ha chiamati bullshit jobs, lavori del cazzo: non perché fossero brutti ma perché erano vuoti. E la cosa peggiore, scriveva, è che non se ne può parlare. Perché se il tuo lavoro ti paga sufficientemente e non è faticoso, come osi lamentarti?
Quella promessa si stava già rompendo prima dell’intelligenza artificiale. Il lavoro promette identità, trascendenza e comunità, esattamente come una religione, e quando non mantiene nessuna delle tre ci lascia soli con il vuoto, senza nemmeno il permesso di nominarlo.
È lo sfruttamento unito alla percezione dell’insensatezza a produrre questa forma di esaurimento. Una fabbrica di inizio Novecento era un inferno, ma l’operaio sapeva di produrre un pezzo di un’automobile, e l’automobile serviva a qualcuno per muoversi. Un ufficio contemporaneo non è un inferno, ma l’impiegato spesso non sa cosa stia producendo, né a chi serva, né se qualcuno lo voglia davvero. Anzi, spesso sa molto chiaramente che non serve a niente. Ed è proprio questa asimmetria a generare questa forma di asemia collettiva: una perdita della facoltà di produrre o riconoscere segni dotati di significato. È una frattura tra ciò che si fa e la possibilità di significarlo, che sta diventando una condizione di massa”.
LE ALTRE NOTIZIE CULTURALI
Le altre notizie culturali che abbiamo commentato e che vi invitiamo ad approfondire sono:
“Quali spazi per il lavoro (e il giornalismo) culturale nel tempo dell’AI, dei creator e delle piattaforme?” Recensione di Antonio Prudenzano su Il Libraio del libro di Maria Teresa Carbone Il lavoro culturale – domande e risposte, una raccolta di interviste a intellettuali e giornalisti, Arcadia Edizioni.
“C’è un videogioco in cui la missione è sopravvivere alla vita da disoccupato” su Rivista Studio.
“Ho visto innumerevoli esempi di cose buone nella vita promosse non per il loro valore intrinseco, ma per i benefici materiali che producono”. Julian Baggini firma l’articolo “L’era in cui tutto è strumentale” pubblicato da Internazionale.
MUSICA
Cult News è un’agenda settimanale non solo culturale ma anche musicale: oltre ai brani in continuità con le tematiche che tocchiamo, nella seconda parte della diretta vi proponiamo l’ascolto di album in uscita e vi ricordiamo interessanti concerti, rassegne e festival a cui partecipare.
Ecco le notizie musicali che abbiamo selezionato per la diretta:
Vi abbiamo proposto due interviste recenti a Giancane, tra gli artisti sul palco del Primo Maggio di Bologna: una è quella di Lia Baccelli su Relics Magazine, l’altra quella di Francesco Brusco su Il Manifesto.
“Si intitola Voce e batteria il nuovo album di Frankie hi-nrg mc, uno dei più autorevoli padri della scena rap italiana. In realtà di nuovo c’è solo un’idea, ma fondamentale: rispolverare vecchi classici del suo repertorio in versione, appunto, voce e batteria. Un modo per riportare il rap alla propria matrice, il rappato su beat, cosa che mette in straordinaria evidenza i testi delle canzoni”. Intervista di Gabriele Fazio a Frankie hi-nrg mc su Open online.
“Non so esattamente cosa sia successo in questi giorni, ma da quando ho iniziato ad ascoltare Yassine Nana ho perso il controllo e per due giorni ho sentito tutta la discografia della Mauritania che ho trovato. Lo scorso venerdì è uscita “Modern Pop from Mauritania”, una compilation di otto brani registrati da Yassine Nana e il suo gruppo tra il 1984 e il 1989. Yassine fa parte di una delle famiglie (musicali) più rispettate del paese, gli Ahl Nana, e rappresenta il punto in cui la musica dei suoi antenati ha smesso di essere antica ed è diventata pop, trasformandosi nel suono e nella produzione. Improvvisamente arrivano drum machine (808), sintetizzatori, chitarre elettriche: la musica si muove seguendo le influenze del reggae, del soul, della new wave, ma rimanendo sempre radicata – nei temi, nella lingua (arabo e hassaniya) e nelle melodie – alla musica popolare nordafricana.
Grazie a Sofa Records (negozio di dischi di Lione) e a Les Disques Bongo Joe (di Ginevra) questa cassettina passata per quarant’anni da una mano all’altra è diventata una cosa che possiamo ascoltare e ballare tutti (anche in vinile e cd).
È un disco bellissimo, incredibilmente moderno, ricco di storia e di vita”.
L’articolo è stato pubblicato sulla newsletter di DLSO.
“Viene chiamato “Concertone” sia per via della sua durata, che nella maggior parte dei casi supera le 10 ore, sia per il gran numero di musicisti e gruppi che ogni anno si esibiscono sul palco di Piazza San Giovanni”. Breve storia del Concertone del primo maggio su Il Post.
INFO UTILI:
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Cult news è l’agenda culturale e musicale ideata da Flavia Montecchi e condotta con Anna Cesari, in diretta ogni venerdì dalle 10:30 alle 11:30 su Radio Città Fujiko.
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