Le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani rimarcati anche dall’Onu, l’assedio di Gaza e l’invasione del Libano, il mandato di cattura emesso dal Tribunale Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu.
La condotta di Israele nel conflitto che infiamma il Medio Oriente è ormai certificata come spregiudicata e illegale. Tuttavia Tel Aviv sembra avere completamente mani libere da parte delle potenze del Nord globale che, a parte qualche timido disappunto espresso dall’Amministrazione Biden negli Stati Uniti, nel concreto non si è trasformata in uno stop.
Perché tutto ciò? Lo abbiamo chiesto a Paola Rivetti, docente di Scienze politiche e Relazioni internazionali alla Dublin City University.

L’inazione dell’Occidente in Medio Oriente è dettata da una ragione ideologica

Dal 7 ottobre 2023 a oggi il conflitto in Medio Oriente ha registrato un’escalation sempre più preoccupante. Se gli attacchi dell’esercito israeliano a Gaza venivano giustificati dal tentativo di liberare gli ostaggi nelle mani di Hamas, nelle ultime settimane il conflitto si è pericolosamente allargato, coinvolgendo anche altri Paesi della regione.
Il punto di rottura sembra essere stato l’attentato ai cercapersone di Hezbollah, cui sono seguiti bombardamenti sul Libano, con l’uccisione del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e sullo Yemen e poi l’invasione di terra in Libano.
Tutto ciò fino alla risposta missilistica iraniana, per la quale Israele ha promesso una vendetta.

A colpire in questa pericolosa escalation è il silenzio e l’inazione dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti che sono il primo fornitore di armi ad Israele e che non hanno utilizzato questa leva per fermare le ostilità.
Sull’inazione degli Usa si è spesso usata la giustificazione delle elezioni presidenziali del prossimo novembre, che metterebbero in guardia i Democratici dal prendere decisioni di politica estera che possano essere utilizzati strumentalmente dai Repubblicani di Donald Trump.
Ma è l’unico fattore che determina il silenzio di tutto l’Occidente?

«Nonostante il lavoro gigante che stanno facendo attivisti e attiviste per la liberazione palestinese all’interno del Partito Democratico – osserva Rivetti ai nostri microfoni – io non credo che vedremo un cambiamento di direzione».
Per la docente, però, alla base dell’inazione non ci sono solo i calcoli elettorali. «Credo che ci sia anche un fattore ideologico – rimarca Rivetti – Di fatto a nessuno, in questo clima di recessione democratica a livello globale, dispiace un modello di governo come quello che incarna Israele sotto la guida di Netanyahu. Sicuramente a Trump un sistema repubblicano etno-nazionalista non dispiace, come non dispiace neanche a Giorgia Meloni».

A rinforzare questa visione subentra un sistema mediatico che ha rispolverato la teoria dello scontro di civiltà. «È un discorso e un fatto di rappresentare la realtà che non passa mai di moda – osserva Rivetti – però è interessante come faccia più leva quando si tratta di alterizzare il mondo islamico. Anche in occasione dell’invasione russa in Ucraina fu tentata la retorica dello scontro di civiltà, ma non fece molta presa. Quando si parla di alterizzare persone musulmane o popoli arabi, ecco che il razzismo funziona molto meglio».

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