L’Irlanda di Bobby Sands: scioperi che cambiarono la storia

Ci sono tre motivi per parlare di Bobby Sands: l’uscita in Italia del bellissimo film biografico Hunger, di Steve McQueen con Micheal Fassbender, il Comune di Firenze che gli ha dedicato una strada e l’anniversario della morte avvenuta il 5 maggio 1981.

Nell’intervista che potete ascoltare in fondo all’articolo ci colleghiamo con Belfast dove è in questi giorni Silvia Calamati, giornalista di RaiNews24, ha curato l’edizione italiana dei scritti (Un giorno della mia vita – Feltrinelli) e la sua biografia (Il diario di Bobby Sands. Storia di un ragazzo irlandese – Castelvecchi).

Bobby Sands è uno dei tanti giovani che si sono trovati a vivere un conflitto che ha causato 3700 morti. E’diventato il simbolo della lotta per la libertà e la giustizia per migliaia di persone in tutto il mondo, ma era un ragazzo come tanti a Belfast. Venne detenuto nel carcere di Long Kesh (Irlanda del Nord). Dopo che la premier Margaret Thatcher aveva abolito lo status di prigionieri politici, Sands e gli compagni organizzarono uno sciopero della fame. Vivevano nudi, solo con delle coperte, tenuti come animali in celle sporche di escrementi. Bobby tenne un diario, scritto per 17 giorni, finché riusci, divenne il manifesto politico in cui rivendicava la sua voglia di vivere e il diritto del suo popolo a vivere in un Irlanda indipendente e libera. Una testimonianza altissima di dignità e libertà. Dopo di lui morirono 9 giovani. Quegli scioperi cambiarono la Storia.

Dopo tanti anni c’è stato un accordo di Pace, una rappresentanza politica e parlamentare dei nazionalisti irlandesi, le scuse del premier David Cameron nel 2010.

La repressione feroce è finita e i soldati britannici non sono più nelle strade. Il Governo di Londra ha cercato di rimuovere tutti i segni di quanto è successo. Questo avviene anche a livello urbanistico, il carcere di Long Kesh è stato distrutto. Cameron ha ammesso che le persone uccise durante la Bloody Sunday del 1972 non erano terroristi, e ha promesso un processo per portare giustizia alle vittime, processo che ancora non è iniziato. Le scuse sono un modo per chiudere e voltare pagina, ma in realtà sono una pietra tombale sui crimini commessi e sulle tante persone che ancora aspettano giustizia.