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Dopo 13 anni l’Argentina torna in default, non è cioè in grado di rimborsare i titoli del debito emessi. La sentenza del giudice statunitense Thomas Griesa ha dato ragione agli Hedge Fund, bloccando così il pagamento di quanti avevano accettato il concambio (la maggioranza dei creditori).

La questione è tecnica, ma le conseguenze sono reali e potrebbero non essere soltanto economico-finanziarie. L’Argentina si trova a dover fronteggiare il secondo default in 13 anni. A stabilirlo una giudice statunitense, Thomas Griesa, che ha bloccato il pagamento dei titoli in scadenza per quanti avevano accettato il concambio. Il giudice ha dato ragione agli Hedge Fund, che non avevano aderito all’accordo, lanciando un’ombra pesante su sovranità e giurisdizione, oltre che, ça va sans dire, sui reali rapporti di forza tra politica e finanza.

“Il default va addebitato ad una sentenza statunitense che ha dato ragione ad un “fondo avvoltoio“, che ha acquistato titoli argentini già in situazione di stress, cioè quando valevano molto poco, con l’idea di recuperarne il valore per intero.” spiega ai nostri microfoni l’economista Vladimiro Giacchè.

“La corte statunitense ha bloccato il rimborso e l’Argentina è andata in default: ci saranno conseguenze molto serie.”afferma netto Giacchè.

Giacchè torna sul contesto nel quale si è consumato il “fallimento” del gigante sudamericano. “I presupposti di questa sentenza e le conseguenze che ne deriveranno costituiscono un simbolo emblematico di come sia finita la crisi finanziaria del 2008. In una prima fase gli stati hanno ripianato i debiti delle banche, poi sia è passati a individuare nel debito pubblico il problema principale. Adesso assistiamo a una sentenza che va chiaramente contro gli interessi di uno stato sovrano. Di questa crisi non abbiamo capito niente.Occorreva un riorientamento molto drastico dell’economia degli stati.”

E invece “la grande finanza ha ripreso coraggio, appoggiata dagli stati, impone le sue condizioni. E’ un castello di carte che verrà giù e, purtroppo, farà molto male a tutti noi, ma forse farà capire che è necessario uno stop al privilegio della finanza speculativa” conclude l’economista.