Dal duo Berne/Ducret, al trio Courtois/Erdmann/Fincker, dal rock dei Krokofant al modern jazz di Marty Ehrlich, tanti sapori musicali tra le montagne austriache.

Il secondo giorno del festival apre con quello che in ambienti borsistici verrebbe chiamato “un bene sicuro“: il duo Tim Berne/Marc Ducret infatti rappresenta due musicisti di prima qualità, dotati di grande invenzione e rigore. Le radici del saxofonista americano e del chitarrista francese sono lontane: l’uno allievo del mitico Hemphill e l’altro uscito dalla scuola di Lione di Sclavis, ma nel corso degli anni il feeling creativo dei due si è ritrovato nelle conceazioni berniane di una musica di ricerca con  saliscendi melodici e complesse concatenazioni armoniche.
Non è un caso allora che il duo dati ben  l’anno 1994 e che il set sia più che una prova collaudata.
Due talenti così in sintonia e così diversi: lo stesso linguaggio del corpo ci racconta l’introverso e cool Berne chiuso nel ragionamento musicale, mentre Ducret esplicita la sua lenta ragnatela di accordi sulle corde con movimenti quasi di danza grottesca. Il risultato ovviamente è di qualità, con momenti importanti ed assoli adamantini. Forse però è proprio il bene rifugio che oggi non fa spiccare al duo quel volo di intensità che in molti aspettavano, priva di quel quid di sorpresa così utile alla meraviglia ed allo stordimento del pubblico.
Discorso molto più semplice invece quello che si può fare per l’ensemble di dodici elementi al seguito del batterista norvegese Paal Nilssen-Love: gli elementi sul palco ci sono tutti, con due coppie di bassi e batterie rafforzati dalla tuba, una front line di fiati corposa, fatta da cinque musicisti tra ottoni e sax, una chitarra e persino un pizzico di brasile con la cuica di Paulino Bicolor. Anche l’orchestrazione segue un tracciato sicuro: un magma un po’ informale che sfocia inevitabilmente nel motivo accattivante con forte ritmicità. Ma il guscio è vuoto. A poca capacità di scrittura corrisponde altrettanta inadeguatezza esecutiva. Quella che risulta essere un Liberation Orchestra de noaltri lascia un amaro in bocca e tanta noia.
Si torna invece su ottimi livelli artistici all’apertura del palco del Main Concert con SHAKE STEW, setteto diretto dal bassista Lukas Kranzelbinder a capo di una banda di ragazzi (probabilmente una scuola di musica) che sanno interpretare dell’ottimo jazz: la musica comprende il senso del limite e non vuole stupire con effetti speciali, ma offre un bel tessuto compositivo svolto con intellegenza e capacità. Gli echi di una storia corposa si avvertono, dal profondo soffiato sheppiano del tenorista Johannes Schleiermacher,  all’assolo brillante del trombettista  Mario Rom, al canto di chiesa con riminiscenze mingussiane introdotto da qualche battuta counthry del bassista Manuel Mayr. La musica è lineare e gradevole, due concetti onesti ed apprezzabili rispetto al velleitarismo astruso del vorrei ma non posso già sopra descritto.
Il festival entra del tutto in carburazione quando sale sul palco il trio franco-tedesco “Mediums”,  con Vincent Courtois -al violoncello, Daniel Erdmann e Robin Fincker -al tenor.
Di Curtois sappiamo ormai tutto: del suo tocco mirabile sullo strumento, della delicatezza delle sue composizioni, della versatilità stilistica, di quel crinale che lo mantiene magistralmente in bilico tra l’ottocento europeo, la canzone da cafè chantant, l’avanguarda colta del ‘900 e, naturalmente, il jazz. Ciò che invece ha sorpreso e contribuito alla splendida riuscita del set è stato l’apporto dei due fiati, davvero bravissimi nell’incrociarsi con le delicatessen del violoncellista senza rinunciare a mostrare una propria forte identità solistica. Non hanno interpretato la parte delle ancelle destinate a sollevare lo strascico di sua maestà Curtois, ma sono stati veri e propri protagonisti della creazione collettiva.
Cambio palco e assoluto cambio di spartito. Dopo i velluti del francese arriva il rock duro dei Krokofant, trio norvegese con  Tom Hasslan alla chitarra elettrica, Jorgen Mathisen al soprano ed tenore, Axel Skalstad alla batteria. Poche storie: questo è rock della più bell’acqua in un jazz festival. L’epopea delle Mothers of Invention o dei King Crimson si saldano con assoli alla Jimi Hendrix o Steve Vai. L’incessante ritmica di Skalstad completa l’idea di “More Rock for the People ! “, che sembra essere lo stendardo del gruppo. Ottima formazione che conferma le impressioni suscitate dalle registrazioni in studio.
Ai soliti che storcono il naso per questa presenza al la chermesse di Saalfelden non solo vogliamo ricordare quanto la grammatica del rock e del funky siano entrate di diritto nella grammatica di ogni buon jazzista che si rispetti, ma anche consiglieremmo di alzare lo sguardo sui recinti dei generi ed godersi tutto l’orizzonte musicale possibile.
La serata invece chiude col classicissimo,  con una band di stelle a base di modern jazz: l’americanissimo Marty Ehrlich Sextet dove, oltre al leader saxofonista e clarinettista, troviamo Jack Walrath alla tromba, Ray Anderson al trombone, James Weidman al pianoforte, Brad Jones al bass e Ben Perowsky alla batteria.
Notoriamente l’improvvisazione è una delle componenti essenziali del jazz, ma non già intesa come improvvisare un concerto con musicisti raccolti per una o più serate. Purtroppo spesso nel set avvertiamo delle incertezze non certamente dovute all’inesperienza di questi cavalli di razza, ma legati alla vecchia incognita dei supergruppi messi insieme per questo o quel festival. Detto tutto ciò, vista la qualità dei solisti, non mancano momenti degni di nota come il duo trombone piano tra Anderson e Weidman, o gli interventi del pur sempre bravissimo  Marty Ehrlich.

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