Da chi vuole vedere la gente soffrire, come Matteo Renzi che sul tema aveva annunciato la raccolta di firme per un referendum, a chi sostiene che i giovani in estate non hanno voglia di lavorare, come Flavio Briatore, che non è famoso per essersi spaccato la schiena. Fino ai tanti ristoratori che hanno trovato spazio sui quotidiani con interviste nelle quali lamentavano di non trovare personale, guardandosi bene dall’esplicitare il trattamento salariale praticato.

Il coro contro il reddito di cittadinanza ha trovato grande eco mediatica, fino ad un quotidiano che addirittura lo ha associato ad una rapina. Posizioni ideologiche che proprio non digeriscono una misura di tutela, presente in tutta Europa in diverse forme, che tenta di sottrarre le persone dallo sfruttamento e dà loro qualche piccolo elemento di sussistenza.
Peccato che tutti i piagnistei siano semplicemente falsi e a testimoniarlo sono i dati dell’Inps sugli stagionali, che a maggio hanno registrato un boom di contratti (142mila), che è il più alto degli ultimi otto anni.

Stagionali da record, alla faccia del reddito di cittadinanza

Una settimana fa l’Inps ha pubblicato i dati dell’Osservatorio sul precariato, praticamente ignorati dai quotidiani, secondo cui a maggio scorso sono stati attivati 142.272 rapporti di lavoro stagionali. Il dato è quasi doppio rispetto a quello del 2017, ma superiori di 50mila unità rispetto al 2018, entrambi anni pre-Covid e precedenti all’attivazione stessa della misura di sostegno. In particolare, il dato è quello più alto da otto anni a questa parte e non è possibile verificare ancora più indietro nel tempo perché le serie arrivano fino al 2014.

«Il primo elemento che emerge dai dati è che è assolutamente falsa la narrazione che è imperversata sul fatto per cui i lavoratori non accetterebbero posti di lavoro perché c’è il reddito di cittadinanza – commenta ai nostri microfoni l’economista Simone Fana – Se c’è il record delle attivazioni di contratti stagionali, che sono temporanei e spesso prevedono paghe orarie inferiori al livello di povertà, allora non c’è un effetto disincentivante del reddito di cittadinanza».

Al contrario, gli studi sui beneficiari del reddito di cittadinanza dimostrano che per due terzi si tratta di persone inoccupabili sul mercato del lavoro, mentre appena un terzo è composto dai cosiddetti working poors, cioè da persone che, pur lavorando, percepiscono compensi inferiori alla soglia di povertà.
Dati empirici che, però, non vengono tenuti in considerazione nelle narrazioni mediatiche, le quali ospitano in modo ossessivo le posizioni contrarie a questa misura.

«Il giornalismo italiano non sembra più esercitare una critica al potere, ma si è totalmente appiattito e adattato alle logiche di potere e di governo – sottolinea Fana – È talmente martellante che lo spazio di opposizione critica si è sempre più marginalizzato e oggi sono pochi i giornali che fanno una critica al governo, ma anche una critica della realtà, basandosi sui fatti».
Un coro mediatico che plasma l’opinione pubblica proponendo retoriche che, seppur prive di riscontro scientifico o empirico, entrano nel senso comune.

Fana, però, sembra riscontrare soprattutto nei giovani una crescita di consapevolezza rispetto alle proprie condizioni materiali e al fatto che fare lavoretti per pochi euro ed essere sfruttati non è un destino ma una scelta.
«In un quadro così desolante io vedo comunque dei segnali, soprattutto nelle giovani generazioni – conclude l’economista – che cominciano a vedere non come una condizione ineluttabile, ma come il prodotto di scelte politiche che le hanno marginalizzate in una condizione di impoverimento crescente e precarietà permanente».

ASCOLTA L’INTERVISTA A SIMONE FANA:

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