È tornato il bipolarismo. È questa la convinzione del segretario nazionale del Pd Enrico Letta, che ieri l’ha esplicitata a commento del voto per le elezioni amministrative. Se escludiamo la situazione particolare di Roma, le parole di Letta non sembrano lontane dalla realtà, soprattutto guardando i risultati delle principali città italiane. A Milano, Bologna e Torino, ad esempio, la sinistra radicale, quella che si colloca al di fuori dal centrosinistra, non riesce a superare la soglia del 3% necessaria per eleggere un consigliere comunale.

Sinistra radicale ai margini: le ragioni

Le dinamiche della sinistra radicale cambiano da città a città, ma hanno dei tratti che li accomunano. Da un lato, infatti, in ogni contesto sembra esserci una grande divisione, al punto che le liste a sinistra del centrosinistra si moltiplicano come funghi.
Per fare un esempio, a Milano si sono presentati alle comunali tre candidati di liste autonome che portavano nel simbolo la falce e il martello. Più un’altra formazione, quella di Mariani, alternativa al centrosinistra.
Situazione simile anche a Bologna, dove Potere al Popolo, Sinistra Unita per Bologna e Partito Comunista dei Lavoratori hanno scelto tre percorsi paralleli.

«Le sinistre hanno perso un pezzo di identità – commenta ai nostri microfoni Andrea Cegna, giornalista di Radio Onda d’Urto – Inoltre mi pare che ciò che risponde elettoralmente oggi sia il cosiddetto voto utile, cioè va a votare chi oggi pensa che l’alternanza democratica tra questo centrosinistra e questo centrodestra possano essere delle opzioni valide per il governo».
Al contrario, secondo il giornalista, tutti coloro che una volta votavano per stare all’opposizione, ma un’opposizione importante, oggi sono abbastanza sconfortati e non passano dalla ritualità del voto.

«C’è forse da interrogarsi – aggiunge Cegna – se le istanze di sinistra dentro questo tipo di democrazie possano avere un loro peso, dal momento che i programmi più radicali portati all’interno di coalizioni nella storia spesso sono stati lontani dall’essere applicati, quindi c’è un certo numero di persone che non si riconosce più lo strumento del voto come un elemento di espressione di democrazia».
Quanto al presentarsi divisi alle elezioni, il giornalista individua anche un elemento di frustrazione nell’ininfluenza che spinge, più che a un lavoro di ricerca di consenso, ad un arroccamento identitario, che però non paga.

ASCOLTA LE PAROLE DI ANDREA CEGNA:

Le difficoltà della sinistra radicale a Bologna

Alle elezioni comunali di Bologna si sono presentate tre diverse liste che rispondevano ad altrettanti candidati sindaco: Potere al Popolo, Sinistra Unita per Bologna e Partito Comunista dei Lavoratori.
Per quanto in politica la somma algebrica non funzioni, complessivamente le tre liste hanno raccolto il 4,5% dei consensi (2,5 per Potere al Popolo, 1,6% per Sinistra Unita e 0,4% per il Partito Comunista dei Lavoratori), percentuale che avrebbe permesso loro di esprimere una consigliera comunale.
Già prima del voto, nel mondo dell’elettorato della sinistra radicale bolognese più di uno hanno espresso perplessità per la scelta che le tre formazioni hanno fatto di presentarsi divise. Una preoccupazione che poi si è concretizzata nel voto di domenica e lunedì scorso.

L’analisi del voto di Potere al Popolo

Nonostante il mancato traguardo del Consiglio comunale, la lista di Potere al Popolo si ritiene soddisfatta del risultato ottenuto, in particolare per aver quasi raddoppiato i voti rispetto alle elezioni regionali del 2020. A Bologna, infatti, a gennaio 2020 Potere al Popolo registrò 2104 preferenze, mentre ieri i voti per la candidata sindaca Marta Collot sono stati 3801. Un trend in crescita, dunque, che ha convinto i militanti della forza politica di aver intrapreso la giusta direzione.
«Bisogna tenere conto del forte astensionismo – commenta ai nostri microfoni Riccardo Rinaldi di PaP – che è stato dettato da due fattori, il ponte del patrono, ma anche e soprattutto il fatto che da sei mesi i giornali avevano decretato il loro vincitore, cosa che non ha favorito la partecipazione democratica».

L’obiettivo di arrivare al 3% per entrare in Consiglio comunale, dunque, non è stato raggiunto ma, osserva Rinaldi «ci siamo andati vicino».
Quanto alla questione della divisione a sinistra, Potere al Popolo rivendica la scelta fatta. «È stata una decisione presa con una grande riflessione all’interno dell’assemblea – riporta l’esponente di PaP – e continuiamo a pensare che sia stata la scelta giusta, perché entrare in quel tipo di coalizione non vuol dire matematicamente la somma delle parti. Noi abbiamo un tipo di progetto politico diverso, mentre ci veniva proposto o in qualche modo imposto un modo di fare politica e una candidata che, con tutto il rispetto, ha raggiunto quello che ha raggiunto».
La differenza tra Sinistra Unita e Potere al Popolo, secondo Rinaldi, si misura con la capacità di stare nei quartieri e dei militanti di fare politica.

ASCOLTA L’INTERVISTA A RICCARDO RINALDI:

L’analisi del voto di Sinistra Unita per Bologna

«È un’occasione sprecata, noi abbiamo provato in tutti i modi ad unire la sinistra e, se ci fossimo presentati uniti, forse saremmo stati premiati proprio per lo sforzo di unità». Così Dora Palumbo, candidata sindaca di Sinistra Unita per Bologna, commenta il risultato delle elezioni comunali. E insiste sul fatto che la sua formazione ha provato in tutti i modi a dare vita ad un percorso unitario, che includesse anche le altre forze che poi hanno scelto di fare un percorso autonomo.
Oltre a ciò, il rammarico riguarda l’assenza di un’opposizione di sinistra all’interno del Consiglio comunale.

Sulle ragioni del risultato modesto, Palumbo propone un’analisi che tenga conto del voto utile che l’elettorato bolognese sembra prediligere. A sostegno della sua tesi ci sarebbero i risultati per i Consigli di quartiere, dove invece Sinistra Unita ha riscosso maggiori consensi, probabilmente riuscendo ad entrare in 5 su 6 Quartieri.
«Lì Lepore e Coalizione Civica avevano presentato un’unica lista – osserva l’ex candidata sindaca – per cui le persone hanno votato più liberamente per noi. Per il Consiglio comunale, invece, parte dei nostri voti sono andati a Coalizione Civica».

ASCOLTA L’INTERVISTA A DORA PALUMBO:

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