Chi ha seguito fin dal principio la questione della detenzione amministrativa in Italia, introdotta nel 1998 con la legge Turco-Napolitano e gli allora Cpt (Centri di Permanenza Temporanea) sa che quelle strutture, vere e proprie prigioni per migranti, non hanno mai risolto il problema dell’immigrazione irregolare. Al contrario, hanno provocato inutile sofferenza a persone che non hanno commesso reati, ma erano semplicemente sprovvisti di un documento.
Di fronte al fallimento delle politiche migratorie e con l’evidente smentita di tutti i proclami elettorali, però, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è riuscita a far altro che puntare su strumentire pressivi che hanno già rappresentato un flop per i governi precedenti.

Cpr: una repressione inutile che non risolve la questione migranti

La stretta decisa ieri dal Consiglio dei Ministri con l’aumento della permanenza nei Cpr (Centri per i Rimpatri), nipoti dei Cpt e figli dei Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione), fino a 18 mesi e con l’aumento delle strutture presenti nel Paese, già al centro di proteste delle comunità locali, non fermerà gli sbarchi e soprattutto rivelerà prestissimo la propria inefficacia, poiché i rimpatri dipendono da molti fattori che non dipendono dalla permanenza.
A mettere nero su bianco le ragioni dell’inutilità dell’aumento dei tempi di permanenza nei Cpr è la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (Cild), che in materia pubblica anche delle statistiche.

Cpr

«L’aumento dei tempi di permanenza è disumano, inutilmente vessatorio e costoso», scrive Cild in un comunicato e, a dimostrazione della propria tesi, mostra i dati sui rimpatri effettuati a seconda dei tempi di permanenza nelle strutture di detenzione amministrativa (con i vari nomi che hanno assunto).
Tra Cpt, Cie e Cpr, infatti, i tempi di permanenza nelle diverse strutture è già oscillato. In particolare, fino alla fine del 2014 è stato di 18 mesi, quota che ora Meloni vuole reintrodurre. Tra il 2015 e il 2017, invece, è sceso a 90 giorni, per poi risalire a 180 giorni dal 2018. A non oscillare in modo significativo, invece, sono le percentuali di rimpatri, che variano dal 43 al 59% indipendentemente dalla durata delle detenzione amministrativa.

«La detenzione amministrativa è disumana e c’è un problema di gestione dei centri affidata a privati con costi esosi e garanzie e diritti spesso messi in discussione – commenta ai nostri microfoni Andrea Oleandri di Cild – La percentuale dei rimpatri non cambia con l’aumento dei tempi di permanenza, perché dipende dagli accordi bilaterali con altri Stati e non può essere effettuata con persone provenienti da Paesi dove rischierebbero la vita, come l’Afghanistan». In altre parole, la misura sui Cpr del governo Meloni «non serve a gestire il fenomeno migratorio, né ad aumentare i rimpatri».

Va poi smontato il luogo comune secondo cui nei Cpr finirebbero persone appena arrivate. La legge italiana rende possibile che persone perfettamente integrate, qualora perdano il permesso di soggiorno collegato al lavoro, possano diventare irregolari e finire nei Cpr.
In queste strutture, inoltre, non dovrebbero finire le persone che presentano domanda di protezione internazionale, ma purtroppo questo avviene già sia in Italia che in altri Paesi europei.

ASCOLTA L’INTERVISTA A ANDREA OLEANDRI:

Le violenze e i soprusi nei Cpr e la loro gestione opaca

Sono diverse le inchieste giornalistiche che hanno raccontato quanto avviene all’interno dei Cpr. Ad aprile scorso Altreconomia ha pubblicato l’inchiesta di Luca Rondi e Lorenzo Figoni intitolata “Rinchiusi e sedati”. In particolare, l’inchiesta rivela l’abuso di psicofarmaci somministrati alle persone recluse nei Cpr per tenerle sotto controllo, dal momento che la loro detenzione non ha giustificazioni penali e talvolta ciò provoca forte stress nei migranti.
Alcune testimonianze raccolte negli anni, anche oltre l’inchiesta giornalistica, testimoniano come in alcuni casi le persone a cui vengono somministrati psicofarmaci non siano state consapevoli della somministrazione.

Un’altra inchiesta in materia, intitolata “Sulla loro pelle“, ha vinto il Premio Morrione dell’anno scorso. Gli autori, Marika Ikonomu, Alessandro Leone e Simone Manda, hanno evidenziato come la logica del massimo ribasso negli appalti per la gestione dei centri riduca all’osso i servizi e si riverberi nelle condizioni di vita nei centri.
Dalla somministrazione di cibo scaduto all’assenza di mediazione culturale, fino all’assistenza sanitaria non garantita e a casi di pestaggi in seguito a proteste nelle strutture. Sono 9 le persone che hanno perso la vita in tre anni o perché si sono suicidate o perché sono morte in circostanze non chiare.

Riprendendo il filone, ora i tre giornalisti stanno realizzando l’inchiesta “Cpr Spa” per IrpiMedia. Sotto la lente di ingrandimento ora è finito il business nella gestione dei Cpr.
«Stiamo provando ad andare a fondo alla storia di alcune cooperative, società e multinazionali che gestiscono i Cpr – spiega Ikonomu ai nostri microfoni – Nella maggior parte dei casi sono società già attive nell’accoglienza, dove però le loro gestioni hanno portato a processi ed hanno già fatto emergere violazioni».

La logica del massimo ribasso nelle gare per la gestione dei centri porta a contenere i costi per massimizzare i profitti sulla pelle delle persone recluse. La giornalista cita il caso di una società che aveva presentato un’offerta che per colazione, pranzo e cena di ogni persone reclusa chiedeva poco più di 4 euro al giorno, incluso il costo del personale.
Oltre alle responsabilità dei privati che gestiscono i Cpr, però, gli autori dell’inchiesta vogliono indagare anche le responsabilità del pubblico e del mancato monitoraggio. «Perché viene alimentato e ora promosso con ingenti fondi pubblici questo sistema che, oltre ad aver evidenziato l’inefficacia all’interno delle politiche migratorie, comporta gravissime violazioni che noi accettiamo sul nostro territorio?», si domanda Ikonomu.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARIKA IKONOMU: