La soluzione al conflitto in Medio Oriente prospettata ieri dall’incontro tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il presidente dell’Anp Mahmud Abbas è impraticabile e rischia di alimentare nuovi scontri. Lo sostengono ai nostri microfoni sia Maria Chiara Rioli, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, sia Federica Stagni, ricercatrice di Cosmos e della Scuola Superiore Normale di Pisa.

Far tornare l’Anp al governo di Gaza? Una soluzione impraticabile anche per gli Usa

Nell’incontro di ieri, il segretario di Stato americano ha chiesto al leader palestinese di assumere un ruolo centrale nel futuro di Gaza da parte dell’Anp. Abbas ha risposto manifestando la disponibilità ad assumere il potere a Gaza unicamente come parte di una soluzione globale al conflitto israelo-palestinese che includa anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
«È difficile valutare questa come una soluzione per moltissimi motivi – spiega ai nostri microfoni Rioli – Intanto perché i bombardamenti sono ancora in corso, siamo a oltre 10mila vittime palestinesi di cui più del 40% sono bambini. Inoltre l’Anp è giudicata dalla maggioranza dei palestinesi come irrimediabilmente corrotta e inefficace».

La docente ricorda che il controllo di Hamas sulla Striscia di Gaza nel 2007 avviene dopo le elezioni vinte da quest’ultima e una vera e propria guerra civile che portò alla cacciata di Fatah dalla Striscia.
«Il rischio di presentare questa opzione come una soluzione è quella di generare ulteriori divisioni, tensioni e guerre civili all’interno della società palestinese», sottolinea Rioli.
Non va meglio in Cisgiordania, dove dal 7 ottobre l’Anp collabora con l’intelligence israeliana negli arresti e nella repressione dei palestinesi.

Anche dal lato statunitense la soluzione prospettata da Blinken assomiglia a una farsa. I vincoli posti da Abbas sulla “soluzione globale”, cioè la realizzazione dell’ormai antico progetto dei due Stati, «richiederebbero da parte degli Stati Uniti il voto a favore delle risoluzioni Onu che condannano la crescita degli insediamenti, che in Cisgiordania oggi contano la presenza di 700mila coloni», evidenzia la docente.

Bisogna quindi necessariamente fare i conti con Hamas? In realtà i sondaggi precedenti gli attacchi del 7 ottobre davano la forza politica in calo di consensi anche a causa della crisi economica e alla povertà nella Striscia.
«È difficile individuare degli interlocutori – sottolinea Rioli – e questo anche per responsabilità della comunità internazionale che in questi anni ha completamente delegittimato tutta una serie di movimenti e di attori politici e sociali all’interno dei territori palestinesi che rivendicavano una soluzione in modo pacifico».

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Sulla stessa linea d’onda è la ricercatriche, che sottolinea come Abbas abbia perso ogni tipo di credibilità e che quindi non ha consenso popolare.
«Sta al suo posto da più di 16 anni senza alcun tipo di votazione che confermi il suo mandato – osserva Stagni – e anche lui opera una repressione di tutto quello che è il dissenso dentro i territori occupati. Per quanto possa esserci il supporto degli Stati Uniti rispetto a questa possibilità, a livello fattuale è molto difficile e improbabile».

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