All’aumentare delle disparità economiche corrisponde una frenata della crescita. Se ne è accorta anche l’Ocse, che nel rapporto “Focus inequality and growth” dimostra come le disparità economiche, ai massimi storici degli ultimi trent’anni, facciano perdere miliardi di euro agli Stati. L’economista Giacchè: “L’austerity ha peggiorato le cose”. La ricetta sarebbe una redistribuzione mirata della ricchezza, ma le riforme strutturali italiane vanno in senso opposto.

Una volta era l’acerrima nemica (assieme a Wto e Banca Mondiale) dei No Global, mentre ora pare essersi convertita alle loro analisi sociali ed economiche. Forse è un’affermazione esagerata, ma leggendo il rapporto “Focus inequality and growth” dell’Ocse, pare proprio che l’organizzazione con sede a Parigi si sia “accorta” di quanto dicevano i manifestanti nelle strade di Seattle e Genova ormai quindici di anni fa.
Dati alla mano, l’Ocse ha analizzato la correlazione fra aumento nelle disuguaglianze sociali e frenata della crescita economica in 21 Paesi, fra cui l’Italia, ed ha scoperto che questo nesso esiste.

Nello studio emerge che le differenze di reddito sono ai massimi storici degli ultimi trent’anni. In particolare, nell’area presa in esame, il 10% più ricco della popolazione guadagna 9,5 volte di più del 10% più povero, mentre negli anni ’80 il rapporto era di 7 volte.
Vi è poi uno strumento tecnico, l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze sociali. Prendendo in esame quello si scopre che è aumentato in media di tre punti, dove allo zero corrisponde nessuna diseguaglianza, mentre a 1 corrisponde il massimo della diseguaglianza, con la ricchezza concentrata nelle mani di una sola persona. In Italia, ad esempio, l’indice Gini è passato da 0,291 a 0,321, ovvero la ricchezza si è concentrata sempre più nelle mani di pochi.

La novità del rapporto, però, non è nel constatare il gap tra ricchi e poveri, già noto ai più, ma nel certificare come all’aumentare delle disparità economiche corrisponda una frenata della crescita del Paese. L’Ocse ha stimato che nei 21 Paesi esaminati ci sia stata, fra il 1985 e il 2010, una perdita dell’8,5% del Pil.
L’Italia, ad esempio, ha perso il 6,6% proprio a causa della disuguaglianza, registrando una crescita in 25 anni leggermente superiore all’8%, mentre sarebbe potuta essere del 14,7%. In altre parole, se la nostra società avesse diminuito drasticamente le disuguaglianze, il benessere e il prodotto interno lordo sarebbero stati doppi.

“La crisi ha colpito in maniera assimmetrica le classi sociali – osserva l’economista Vladimiro Giacchè, presidente del Centro Europa Ricerche – e l’aumento delle disparità ha accentuato la frenata della crescita, così come le misure adottate per fronteggiare la crisi, come l’austerity adottata in Europa”.
Allo stesso modo, le riforme strutturali annunciate dal governo italano peggioreranno la situazione, perché diminuiranno il reddito dei lavoratori dipendenti, aumentando la forbice della diseguaglianza.

La naturale conseguenza, contenuta anche in una raccomandazione inserita nel rapporto, sarebbe quella di attuare politiche ridistributive mirate, ad esempio dando sussidi alle famiglie con bambini per favorirne l’educazione e la scalata sociale, ma anche attraverso tasse e sussidi mai però dati a caso. Infatti, si rileva nello studio, la ridistribuzione frena la crescita solo quando è fatta male, a pioggia e crea quindi spreco di risorse non essendo focalizzata ad obiettivi e categorie di persone ben precisi.