Una vasta operazione giudiziaria condotta dalla polizia di Stato ha riaperto con forza il dibattito sull’idoneità medica nei Centri per il Rimpatrio e sul ruolo della professione sanitaria di fronte alla detenzione amministrativa.
Su delega della Procura di Ravenna, lo Sco di Roma e la Squadra Mobile hanno eseguito decreti di perquisizione locale, personale e informatica nei confronti di oltre venti medici distribuiti in nove diverse città italiane, tra cui Bologna, Milano, Roma, Firenze e Bari.
Nuova indagine sui certificati dei medici per evitare il Cpr
Al centro dell’indagine c’è l’ipotesi che siano state rilasciate certificazioni mediche false per attestare l’inidoneità al trattenimento nei Cpr di cittadini stranieri irregolari, al fine di bloccarne il trasferimento. Con una sola eccezione, i professionisti perquisiti non risultano al momento iscritti nel registro degli indagati.
L’attività rappresenta un nuovo sviluppo del filone investigativo che nei mesi scorsi, sempre coordinato dalla Procura ravennate, aveva portato a provvedimenti interdittivi nei confronti di otto medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna per trentaquattro certificati ritenuti non veritieri.
La notizia delle perquisizioni ha provocato un’immediata reazione nel mondo dell’associazionismo medico e sociale. A Bologna, il personale sanitario del Laboratorio di Salute Popolare si è radunato in presidio insieme ad altre realtà del territorio per esprimere piena solidarietà ai colleghi coinvolti.
Stefano Caselli, esponente del Laboratorio, rivendica la natura deontologica della scelta intrapresa dai medici, sottolineando come la missione primaria della professione sia la cura e non il controllo amministrativo. Secondo Caselli, imporre ai medici di avallare l’ingresso di persone in strutture strutturalmente deleterie per la salute psicofisica significa stravolgere la funzione stessa della sanità.
A sostegno di questa posizione, le organizzazioni citano la ricca letteratura scientifica che documenta le conseguenze drammatiche della reclusione nei Cpr, tra tassi elevati di suicidi, abuso di psicofarmaci e condizioni di sofferenza che si sommano ai traumi già vissuti dai migranti lungo le rotte di provenienza.
La vicenda assume inoltre un chiaro valore politico nel contesto bolognese e regionale, segnato dal dibattito sull’ipotesi di apertura di un nuovo Cpr in Emilia-Romagna e dalle tensioni tra gli enti locali e le direttive ministeriali.
Per dare continuità alla mobilitazione e discutere le prossime iniziative, il Laboratorio di Salute Popolare, insieme a Mediterranea Saving Humans, Sanitari per Gaza, agli studenti di Medicina dell’associazione Prometeo e a numerose altre sigle, ha lanciato un presidio per sabato 19 settembre alle ore 18:00 in Piazza del Nettuno a Bologna.
ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO CASELLI:







