Prima le dichiarazioni del presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale che hanno fornito un assist al governo, poi l’inchiesta che ha coinvolto sei medici infettivologi a Ravenna, ma anche le norme contenute nel nuovo Pacchetto Sicurezza che vieterebbero ai migranti reclusi l’uso del cellulare.
Il tema dei Cpr (Centri di Permanenza per i Rimpatri) è tornato prepotentemente nel dibattito pubblico e la questione è sia politica che giuridica e giudiziaria.

Cpr, l’indagine su sei medici a Ravenna e la petizione in loro difesa

Lo scorso 12 febbraio gli agenti della polizia giudiziaria sono entrati nel reparto di Malattie infettive dell’Ospedale Santa Maria delle Croci per una perquisizione all’interno di un’indagine della Procura di Ravenna. Al centro dell’inchiesta sono finiti sei medici su cui viene sollevato il sospetto che abbiano certificato in modo irregolare l’inidoneità di alcuni pazienti al trasferimento nei Cpr.
La vicenda si è immediatamente trasformata in bufera politica a causa delle parole del ministro Matteo Salvini, che ha affermato che quei medici andrebbero licenziati, radiati e arrestati. Parole giudicate «improvvide» dal sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni. La solidarietà ai sanitari è arrivata anche dal governatore de Pascale, che due giorni prima aveva clamorosamente riaperto la questione dei Cpr in Emilia-Romagna.

Non è solo la politica, però, ad aver preso le difese dei sei medici. Anche le associazioni di medici e l’Ordine hanno rilasciato dichiarazioni, ad esempio criticando le modalità dell’operazione giudiziaria, che hanno anche lasciato sguarnito il reparto dell’ospedale.
La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) e la rete “Mai più lager – No ai Cpr” ha anche lanciato una petizione su Change.org. «È stata un’operazione in stile Ice», commenta ai nostri microfoni Nicola Cocco, medico infettivologo e promotore della petizione.
Uno dei punti dell’appello riguarda proprio le modalità dell’intervento: «Questo approccio, volto palesemente a ottenere clamore mediatico, umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea un clima di intimidazione che mina la serenità necessaria all’esercizio della professione. Inoltre tale condotta si configura concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.), mettendo a rischio la continuità assistenziale per tutti i pazienti ricoverati e in attesa di cure».

Al centro della denuncia vi è la difesa dell’autonomia professionale. Secondo i medici, la valutazione clinica – fondata su scienza e coscienza, come previsto dal Codice deontologico – non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria. Trasformare una diagnosi in un atto oggetto di sindacato penale equivarrebbe, sostengono, a ridurre l’atto medico a strumento burocratico.
Inoltre c’è un richiamo all’articolo 32 della Costituzione: la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, indipendente dallo status giuridico. Da qui le richieste di solidarietà ai medici indagati e di una presa di posizione netta degli Ordini professionali e del Garante nazionale. «Quando la cura diventa un reato – si legge in chiusura – è la democrazia stessa a essere in pericolo».

Cpr luoghi patogeni: lo dice la letteratura scientifica

L’appello in solidarietà dei medici indagati a Ravenna contiene un ulteriore punto che rappresenta il nocciolo essenziale della questione: la patogenicità delle strutture di detenzione amministrativa riservate ai migranti.
«Ricordo che in quelle strutture ci si finisce anche se non si è commesso alcun reato – sottolinea Cocco – ma se non si è in possesso di un permesso di soggiorno, quindi si è considerati irregolari».
La reclusione di persone che non hanno subito un processo e non hanno commesso reati ha un impatto sulla loro salute, anzitutto mentale. Alcune inchieste giornalistiche hanno rivelato l’abuso di psicofarmaci all’interno del Cpr, mentre sono numerosi i casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio.

Secondo l’appendice al secondo rapporto del Tavolo Asilo Immigrazione, pubblicato a inizio 2026, sono almeno 45 le persone morte all’interno di un centro di detenzione amministrativa dal 1998 (anno della loro creazione) al 2024. Il numero dei decessi sembra avere subito un’impennata proprio quando sono nati i Cpr. Sempre secondo i dati, nei cinque anni che vanno dal 2019 al 2024 i morti sono stati 14. Ma il bilancio è destinato ad essere aggiornato, perché sia nel 2025 che nei primi mesi del 2026 ci sono altre vittime all’interno dei Cpr.

La petizione sottolinea come la patogenicità dei Cpr sia un dato scientifico, non un’opinione. In particolare viene citato un Policy Brief dell’Organizzazione mondiale della sanità del gennaio 2026 segnala come il trattenimento dei migranti possa costituire un fattore di rischio per malattie infettive e disturbi psichiatrici. Nella presentazione del documento si legge: «La detenzione per motivi di immigrazione presenta rischi significativi per la salute e il benessere, eppure il suo utilizzo è in aumento a livello globale. Migranti, richiedenti asilo e altri cittadini stranieri in detenzione per motivi di immigrazione vivono in condizioni sociali e ambientali dannose nelle strutture di detenzione, con conseguenti conseguenze negative per la salute. Gli standard e le raccomandazioni universali sui diritti umani forniti dal Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare impongono agli Stati di garantire che la detenzione sia solo una misura di ultima istanza e mai per i minori, ma i dati dimostrano che questi principi non sono costantemente rispettati».

In quest’ottica, certificare l’inidoneità al trasferimento significherebbe prevenire un danno alla salute, in linea con il principio di non maleficenza e con la tutela dei soggetti fragili prevista dal Codice deontologico dei medici.
Non solo. Il rapporto del Tavolo Asilo Immigrazione segnala criticità nell’accesso alle cure, nell’assistenza psichiatrica e nell’uso di psicofarmaci, oltre a una gestione prevalentemente securitaria delle situazioni di crisi. Sono richiamati episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e rimpatri avvenuti in tempi ravvicinati rispetto a denunce pubbliche. La dimensione sanitaria si intreccia con i rilievi giuridici sollevati nel 2025 dalla Corte Costituzionale sull’assenza di una disciplina organica delle modalità di trattenimento.

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Oltre alla sofferenza, i Cpr sono inefficaci anche per il fine per cui sono nati

Le morti e la salute a rischio per le persone recluse nei Cpr, insieme ad un’altra serie di violazioni dei diritti, come le limitazioni a diverse forme di assistenza, tra cui quella legale, non sono tuttavia l’unico problema legato ai Cpr.
La riapertura del dibattito sull’apertura di una struttura di detenzione amministrativa, dovuta alle parole di de Pascale e alla pronta reazione del ministro degli Interni Matteo Piantedosi, sembra essere scollegata dai dati sull’efficacia di quelle strutture ai fini per cui sono nate, cioè l’espulsione di persone straniere che soggiornano in modo irregolare.

È ancora una volta il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione a mettere a fuoco il tema.
Nei dieci Cpr presenti in Italia tra l’autunno e l’inverno del 2025 erano presenti 546 persone trattenute, meno dello 0,2% delle circa 321mila persone in posizione irregolare stimate in Italia. Un dato che il rapporto utilizza per contestare l’impatto strutturale del sistema: numeri contenuti rispetto al fenomeno complessivo dell’irregolarità.
Anche sul piano dell’effettività dei rimpatri il quadro risulta limitato. Secondo i dati richiamati nel rapporto, solo tra il 40% e il 50% delle persone trattenute viene effettivamente rimpatriato, con forti differenze tra centri e nazionalità. Una quota significativa dei trattenuti viene invece rilasciata alla scadenza dei termini massimi di trattenimento. Il documento sottolinea come l’estensione della durata fino a 18 mesi non abbia prodotto un incremento proporzionale delle espulsioni, mentre l’esito dei rimpatri dipende in larga misura dagli accordi bilaterali e dalla collaborazione consolare con i Paesi di origine.

In altre parole, il problema delle poche espulsioni non è dovuto alla presenza o meno di Cpr, né ai tempi di trattenimento delle persone in queste strutture, ma dipende dagli accordi bilaterali tra gli Stati. La volontà di aprire altri centri, quindi, non risponde a criteri di efficacia, ma a propaganda di tipo securitario che la destra al governo cavalca da sempre.
Luca Rondi, giornalista di Altreconomia, ha svelato un aspetto di questa propaganda, dimostrando che il ministro degli Interni Piantedosi ha gonfiato il numero dei rimpatri effettivi realizzati. Ai nostri microfoni, Rondi spiega anche che l’unico accordo che funzionava, quello con la Tunisia, è stato interrotto a giugno scorso.

Il giornalista, però, si sofferma anche sul tema della sicurezza che spesso viene evocato per giustificare la costruzione di un Cpr. «Nei Cpr c’è una sospensione del tempo di vita di alcuni mesi, totalmente inutile, che poi si conclude con il ritorno nelle nostre comunità – osserva Rondi – Mi chiedo se pensate che tenere in una gabbia chiusa una persona con un uso di psicofarmaci molto elevato, senza fare niente tutto il giorno, in termini di sicurezza sociale, quando questa persona esce ed è abbandonata a se stessa vi sentite più o meno sicuri».

Il Pacchetto Sicurezza e l’ulteriore stretta dei diritti delle persone recluse nei Cpr

All’interno dell’ultimo Pacchetto Sicurezza, licenziato recentemente dal Consiglio dei ministri, sono contenute norme che riguardano anche i Cpr. Da un lato, in particolare, viene vietato alle persone recluse l’uso di cellulari, in particolari quelli con videocamera. Una misura che sembra volta a impedire di testimoniare, come è avvenuto in molti casi in passato, ciò che effettivamente avviene in quei luoghi e le condizioni di vita.
Dall’altro, però, si vorrebbe vietare anche di fotografare le strutture dall’esterno, ostacolando anche il lavoro dei giornalisti e di fatto cercando di gettare nel completo oblio i centri di detenzione amministrativa.

La poca trasparenza e il tentativo di nascondere cosa avviene nei Cpr è una costante di tutta la storia di quel genere di strutture. Rondi racconta anche una vicenda che riguarda il proprio lavoro, in particolare per ottenere dal Ministero dell’Interno il registro degli eventi critici, un documento in cui i gestori annotano le rivolte, gli atti di autolesionismo o i tentativi di suicidio all’interno dei Cpr. Il Viminale non ha fornito l’elenco, Altreconomia ha fatto ricorso al Tar di Roma e ha vinto, ma il Ministero, invece di consegnare il documento, ha deciso di fare ricorso al Consiglio di Stato. «Questa vicenda racconta molto bene quanto non si voglia far sapere all’esterno che cosa succede all’interno – commenta il giornalista – E quando non c’è trasparenza è perché evidentemente quella quotidianità così violenta che si vive nei Cpr è meglio non raccontarla perché altrimenti le persone aprono gli occhi».

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