Dal 17 al 26 settembre Bologna ospita la prima edizione di Convergenze, festival di teatro documentario ideato e diretto da Kepler-452. Dieci giorni tra spettacoli, laboratori, incontri e residenze, con uno sguardo che dalla città arriva all’Appennino e alla Riviera.
«La convergenza è una pratica di lotta, l’unica che abbia senso in questo nostro mondo al collasso», scrive la compagnia. Il nome stesso della rassegna prende ispirazione dalla convergenza delle lotte evocata dal Collettivo di Fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio.

Convergenze: riviera, città e montagna

Uno dei nuclei centrali sono tre indagini affidate a Marco D’Agostin, Davide Enia e Matilde Vigna.
Vigna guarda alla Riviera romagnola insieme ad Alex Giuzio. Il suo “Ci pensiamo a settembre” nasce da un viaggio in bicicletta attraverso lungomari, cimiteri, ricordi, paesaggi e luoghi della villeggiatura. La Riviera appare così per quello che è e per quello che è diventata: un territorio reale sotto la cartolina, attraversato dal turismo ma anche dalla trasformazione del paesaggio, dalla memoria e dalle contraddizioni di un modello economico e culturale che tutti conosciamo.

Enia si concentra invece sulla città di Bologna. In “Il posto preferito. Un reportage sentimentale sulla città”, accompagnato nello sguardo da Agnese Doria, Bologna non viene osservata come una destinazione turistica, ma come un insieme di luoghi affettivi e politici: quelli in cui le persone abitano, ricordano, si incontrano e costruiscono la propria idea di comunità.

Poi c’è l’Appennino. D’Agostin ha trascorso dieci giorni e dieci notti a Campolo, un paese dell’Appennino bolognese. È partito da una piccola anomalia, quasi una battuta teatrale: cinquanta abitanti secondo l’anagrafe, quattordici secondo una signora del paese. Da qui nasce “Il passo del cervo. Un reportage teatrale dall’Appennino bolognese”, realizzato con Arianna Brugiolo e con l’accompagnamento allo sguardo di Andrea Chiloiro e Boschilla.

Convergenze: gli altri appuntamenti

Nell’open call attraverso cui Kepler-452 ha costruito parte del programma, la compagnia cercava lavori capaci di interrogare il mondo circostante, anche al di là di una definizione rigida di teatro documentario. Per questo nel programma entrano anche storie apparentemente lontane tra loro.
C’è “Ustica. Una cosa che non fa ridere” di Niccolò Fettarappa, dedicato alla strage di Ustica e commissionato dall’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. C’è “Qui vivremo bene” della compagnia Dopolavoro Stadera, che attraversa la questione dell’emergenza abitativa attraverso la vicenda degli sgomberi del Giambellino. C’è “El Pacto del Olvido” di Sergi Casero Nieto, che affronta il rapporto con la memoria e con il passato.

Forse è però in “Tenere banco” che l’idea di Convergenze diventa più esplicita. L’appuntamento, ospitato a Villa Celestina, bene confiscato alla mafia, nasce in collaborazione con Libera Bologna e porta il teatro direttamente dentro il discorso pubblico. A confrontarsi sono Giorgia Linardi di Sea-Watch, Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica ex-GKN e Lisa Ferlazzo Natoli di lacasadargilla.
Il festival arriva infine a una domanda che sembra fatta apposta per chiudere il cerchio: “Riviera, Appennino, città. Cosa ricorderemo di questa estate?” È il titolo del panel conclusivo del 26 settembre, dedicato alle tre residenze. Un modo, forse, per tornare al punto di partenza: guardare i luoghi non come sfondi, ma come territori attraversati da storie, conflitti, memorie e trasformazioni.