La messa al bando dell’organizzazione Palestine Action in Gran Bretagna, recentemente bocciata da una sentenza di primo grado, è solo un esempio di quanto sta accadendo nel Vecchio Continente.
Lo spazio civico nell’Unione Europea si sta restringendo. Non per effetto di una singola riforma o di un improvviso scarto autoritario, ma attraverso un processo graduale e sistemico che coinvolge governi nazionali e istituzioni europee. È quanto emerge dal report “Shrinking Civic Space in the European Union”, firmato dalla giornalista e analista Francesca De Benedetti per ENoP e Rosa Luxemburg Stiftung.

Dissenso, solidarietà, diritto di sciopero: la democrazia viene ristretta

Per decenni l’UE si è presentata come uno spazio politico fondato sull’espansione delle libertà, sulla tutela dei diritti e sul pluralismo. Oggi, sostiene il rapporto, quella promessa si sta svuotando dall’interno. L’indice Civicus registra un peggioramento diffuso: Paesi come Italia, Francia e Germania sono scivolati nella categoria degli Stati in cui lo spazio civico risulta “ostacolato”, un livello che fino a pochi anni fa riguardava quasi esclusivamente l’Ungheria. Le restrizioni alla protesta, la criminalizzazione della solidarietà verso migranti e rifugiati, la pressione crescente sui media indipendenti e l’erosione del diritto di sciopero non sono più anomalie isolate, ma tendenze trasversali.

Il primo capitolo del report ricostruisce la “repressione dello spazio civico” attraverso tre direttrici principali: l’uso ricorrente di cornici emergenziali, la delegittimazione sistematica della società civile e l’adozione di strumenti repressivi. Stati di emergenza, decreti sicurezza, leggi anti-estremismo e normative contro i cosiddetti “agenti stranieri” vengono utilizzati per comprimere il dissenso e rendere più fragile l’ecosistema democratico. L’Ungheria rappresenta il caso più avanzato di questa deriva, ma misure restrittive sono documentate anche in Italia, Francia, Germania, Grecia e nei Paesi dell’Est.

Parallelamente, si assiste a un attacco crescente ai diritti dei lavoratori. In diversi Stati membri sono state introdotte o tentate limitazioni al diritto di sciopero, proprio mentre l’inflazione e il caro vita spingevano a nuove mobilitazioni sociali. La marginalizzazione dei sindacati si riflette anche a livello europeo, dove – secondo il report – la nuova agenda della Commissione privilegia competitività e semplificazione normativa, lasciando in secondo piano l’avanzamento dei diritti sociali.

La normalizzazione dell’estrema destra

Il secondo capitolo del report individua un passaggio politico cruciale: la normalizzazione dell’estrema destra a livello europeo. La progressiva convergenza tra il Partito Popolare Europeo e le forze conservatrici e post-fasciste ha rotto il tradizionale “cordone sanitario”, aprendo la strada a nuove alleanze parlamentari su temi come migrazione, ambiente e deregolamentazione. Questo riallineamento non si limita ai voti in aula, ma produce un mutamento discorsivo: il dissenso viene sempre più spesso descritto come minaccia, la società civile come attore ideologico, le ONG come soggetti sospetti.

Il report richiama la cosiddetta “formula Finkelstein” – proiettare sul nemico ogni male possibile – per spiegare come la demonizzazione funzioni da premessa alla restrizione dei diritti. Etichette come “estrema sinistra”, “attivisti radicali” o “ONG politicizzate” diventano strumenti per delegittimare interlocutori scomodi, costruire un nemico e restringere il campo della rappresentanza legittima.

Campo libero ai ricchi, l’Europa del capitale

Nel terzo capitolo emerge quella che l’autrice definisce una “nuova asimmetria”. Mentre organizzazioni della società civile e sindacati incontrano ostacoli crescenti nell’accesso ai processi decisionali, gli attori industriali e le grandi imprese consolidano il proprio peso nelle politiche europee. I pacchetti omnibus di deregolamentazione, la centralità del paradigma della competitività e l’uso esteso della retorica dell’urgenza riducono gli spazi di consultazione e di scrutinio pubblico. Anche il nuovo quadro finanziario pluriennale 2028-2034, con l’enfasi su flessibilità e fondi per la difesa, rischia di rendere più discrezionale e meno stabile il sostegno alla democrazia e alla società civile.
Il risultato non è l’abolizione formale della partecipazione, ma il suo svuotamento. La consultazione resta, ma diventa marginale; il diritto di protestare sopravvive, ma sotto minaccia; la libertà di stampa è tutelata da nuove norme europee, ma intanto cresce l’uso di cause temerarie e strumenti di sorveglianza.

Ciò che appare chiaro è che i diversi punti affrontati dal report non sono a sè stanti, ma interconnessi. In questa dimensione, ad esempio, è spiegabile la saldatura tra destra e estrema destra. Se fino a pochi anni fa in Europa si discuteva della necessità di un “cordone sanitario” per evitare l’avanzata dell’estrema destra, ora il cordone sembra essersi indirizzato contro la sinistra.
Il report non si limita tuttavia alla diagnosi. La chiusura dello spazio civico, sostiene De Benedetti, non è un destino inevitabile, ma l’esito di scelte politiche. E come tale può essere contrastata. Serve una risposta transnazionale, capace di ricostruire alleanze tra organizzazioni, sindacati e forze politiche progressiste. In gioco non c’è soltanto la difesa di singoli diritti, ma la tenuta stessa del modello democratico europeo.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCA DE BENEDETTI: