«Uno squilibrato che vuole commettere crimini di guerra». È difficile dare torto alla definizione che gli esponenti del Partito Democratico statunitense hanno rivolto al presidente Donald Trump, in particolare per la gestione del conflitto in Iran. Un sentimento condiviso dalla stessa maggioranza degli americani, almeno stando all’indice di gradimento del tycoon, che è sceso di 17 punti e si attesta al 40%. Critiche all’inquilino della Casa Bianca sono arrivate anche da suoi ex fedelissimi del mondo Maga, come l’ex deputata Marjorie Taylor Green, secondo cui «Trump è impazzito, occorre porre un freno alla sua follia».
Trump mostra i muscoli come un bullo, ma è in difficoltà nella guerra in Iran
Gli epiteti poco lusinghieri e le critiche nei confronti di Trump arrivano a causa delle giravolte sull’Iran a suon di ultimatum poi rimandati e messaggi aggressivi e pieni di insulti volgari, sia ai nemici che agli alleati.
Il presidente statunitense è in evidente difficoltà e per questo, inseguendo la sua personalità narcisistica e infantile, fa e disfa senza strategia né soluzione di continuità, apparendo come un animale in gabbia, tanto aggressivo quanto inconcludente.
Sono numerosi gli errori commessi dal tycoon e per elencarli tutti servirebbero giorni. Bastino ad esempio gli insulti e l’ultimatum rivolti all’Iran nel momento in cui erano in corso trattative per una tregua, che prevedibilmente poi Teheran ha respinto. Allo stesso modo, le minacce di distruggere tutto il Paese in un giorno sono suonate come i muscoli mostrati dai bulli di strada, ma senza effetti concreti.
«Usa e Israele negoziano con l’Iran come hanno fatto con Hamas a Gaza, se non cambiano atteggiamento non ci sarà la pace», ha commentato sui social network Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medioriente all’Università di Padova.
Ai nostri microfoni Acconcia dettaglia questa osservazione, spiegando che a venire bocciata da parte iraniana è una bozza di intesa che si articola in due fasi, una per il cessate il fuoco e una per trovare accordi, in particolare su partite come il nucleare iraniano e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Evidentemente l’epilogo per i palestinesi ha persuaso ulteriormente Teheran che un’intesa in due tappe non fosse la soluzione migliore.
Le notizie delle ultime ore riportano che la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e in cura a Qom. Ma nei giorni scorsi la tv di Stato iraniana ha diffuso diversi suoi messaggi.
«Quello che si può dire con certezza è che ora le decisioni vengono prese dai militari – osserva Acconcia – e sono loro, in particolare, a non volere un’intesa come quella proposta, poiché esporrebbe l’Iran a continue guerre in futuro. Lo scenario che si cerca di riprodurre è quello del Vietnam, mettendo in difficoltà gli Stati Uniti fino al punto di arrivare a una pace».
L’arma più potente nelle mani dell’Iran: lo Stretto di Hormuz
In seguito all’aggressione israelo-statunitense all’Iran, lo scorso 28 febbraio Teheran ha attaccato alcune navi che transitavano dallo stretto di Hormuz. Ciò di fatto ha portato al blocco di uno dei più importanti snodi energetici, da cui passava almeno il 20% del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto.
Come gli europei hanno già avuto modo di vedere, la chiusura dello stretto ha prodotto una sensibile inflazione energetica, in particolare per i carburanti fossili. Una situazione che si aggrava di giorno in giorno e che, solo in Italia, ha già prodotto tagli alle forniture di quattro aeroporti.
L’atteggiamento dei vari Paesi del mondo rispetto all’innesco di questa crisi è stata diversificata. Se gli Usa hanno fin da subito pensato alla soluzione muscolare, pretendendo un intervento della Nato che però è stato bocciato dagli altri membri, altri Stati hanno cercato una mediazione con Teheran. In particolare nei giorni e nelle ore scorse dallo stretto sono transitate navi di proprietà o diretta in Iraq, Giappone e Cina o Turchia.
Nemmeno questa linea diplomatica, però, sembra frenare la crisi energetica che si è prodotta, almeno fino al momento.
Lo stretto di Hormuz si configura quindi come una potente arma negoziale nelle mani dell’Iran per non accettare la resa e, al contrario, costringere i suoi aggressori ad alti costi per sostenere la guerra.
Gli scenari che prefigura il docente di Geopolitica del Medio Oriente sono tre. Il primo è un protocollo d’intesa con l’Oman per gestire i flussi di navi attraverso lo Stretto. Il secondo è l’imposizione di tariffe e tassazioni, simili o superiori a quelle che vengono praticate nel Canale di Suez.
Il terzo scenario è quello che non prevede alcuna intesa, ma al contrario la volontà di minare lo stretto. «La strategia iraniana a questo punto è quella di far passare le navi amiche e impedire il passaggio di quelle nemiche – osserva Acconcia – Vedremo per quanto è possibile».
Per il docente, però, la via più breve e sicura per sbloccare lo Stretto di Hormuz è quello di chiudere la fase della guerra.
ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE ACCONCIA:







