Dai 3 ai 5 anni. È questo, ad oggi, il range di tempo che il Qatar ha indicato come periodo nel quale ci saranno ammanchi di esportazione di gas naturale liquefatto (gnl). Ciò soprattutto per effetto dei bombardamenti con missici balistici iraniani all’impianto di Ras Laffan, il gioiello di produzione energetica del Paese del Golfo. E il Qatar è il terzo esportatore di gas verso l’Europa dopo Stati Uniti e Russia.
Basterebbe questo dato a fare intuire le conseguenze della crisi energetica che si è prodotta dalla guerra dichiarata da Israele e Stati Uniti all’Iran, «che si innesta a quella precedente e non risolta dovuta al conflitto in Ucraina», sottolinea ai nostri microfoni Francesco Sassi, docente di Geopolitica dell’Energia all’Università di Oslo.

La crisi energetica e l’Europa: le conseguenze gravissime della guerra in Iran

«In questo momento dobbiamo essere molto chiari e l’Europa, anche guardando il documento uscito dal meeting informale dei ministri dell’Energia di ieri, non lo è: le minacce sono davvero molto profonde, sia per i cittadini, sia per le industria, che per qualsiasi consumatore», sottolinea il docente.
Per Sassi, al momento i Paesi dell’Ue contano di spostare in avanti il problema, ma già dicendo che l’approvvigionamento energetico non è in crisi dice una cosa non vera. Al contrario, la crisi energetica generata dal conflitto in Medio Oriente vede l’Europa muoversi molto lentamente, «perché, a differenza di quella del 2022, non ha come punto focale l’Europa, ma l’Asia», continua l’esperto di geopolitica dell’energia.

Ma Sassi è ancora più esplicito: «La fine della guerra con l’Iran non è legata, e su questo la Casa Bianca è stata molto chiara, alla risoluzione della continuità dei flussi energetici da Hormuz ed è difficile che l’Iran, che ora ha in mano un potere mai visto nella storia, voglia unilateralmente lasciare il controllo di quello snodo importantissimo senza avere una compensazione di tipo politico ed economico».
Al contrario, è possibile immaginare che il regime iraniano voglia consolidare e accrescere questo controllo e la capacità di influenzare il mercato energetico mondiale, con conseguenze gravissime per i mercati stessi e ovviamente per i consumatori europei.

La questione dello stretto di Hormuz e il più grave ammanco energetico della storia

Il blocco dello Stretto di Hormuz, diretta conseguenza dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, ha generato «il più grande ammanco di risorse energetiche da fonti fossili della storia – spiega il docente – perché mai era registrata una mancanza così grave soprattutto di petrolio e di gas naturale nello stesso momento e causati da un evento geopolitico».
Tuttavia a rendere ancora più grave la situazione è il fatto che questa crisi va a impattare proprio sui punti deboli di molti Paesi del mondo, in particolare europei ma non solo, che negli anni hanno visto maturare una dipendenza energetica dall’estero grazie alla globalizzazione dei mercati energetici. Ma questa stessa globalizzazione ora è messa in crisi dai conflitti.

La strategia messa in campo dall’Ue dopo l’inizio della guerra in Ucraina sembra essersi concentrata soprattutto sulla diversificazione delle forniture energetiche.
Per ciò che riguarda il gas naturale, l’obiettivo dichiarato era quello di sostituire la Russia con altri fornitori. Allo stato attuale, però, la Russia rimane il secondo fornitore dell’Europa, preceduto dagli Stati Uniti e seguito dal Qatar. Quest’ultimo, come si diceva, è però stato coinvolto nel conflitto in Medio Oriente e ha visto ridursi notevolmente la capacità di esportare volumi energetici, sia nell’immediato che nel breve periodo.

Anche le fonti rinnovabili subiscono l’impatto della guerra

Oltre a non aver lavorato per aumentare la propria autosufficienza energetica, negli ultimi anni l’Europa sembra aver anche accantonato la transizione energetica che si era posta come obiettivo.
Ma una transizione alle rinnovabili avrebbe in qualche modo messo al riparo l’Europa dalle conseguenze della crisi energetica o contribuito a ridurne l’impatto? «Anche la transizione energetica è impattata dalla guerra – sottolinea Sassi – Sono cambiate le politiche monetarie di molti governi e la possibilità di finanziare larghissimi investimenti nelle rinnovabili è stata osteggiata dall’inizio della guerra. Allo stesso tempo le rinnovabili dipendono da materie prime che ugualmente sono affette dalle tensioni geopolitiche».

Il problema di fondo, spiega il docente, è che i grandi investimenti nelle energie rinnovabili che negli ultimi due decenni si sono registrati in Europa sono stati di fatto lasciati al mercato, ai privati. E poiché le condizioni attuali rendono più remunerativo investire sulle fonti fossili, molti investitori, tra cui anche compagnie energetiche che avevano annunciato di voler investire nelle rinnovabili, stanno tornando a scommettere sui combustibili fossili.

Di fronte a questo scenario, in sostanza, sembrano abbastanza flebili le raccomandazioni europee di ridurre i consumi, favorendo ad esempio lo smart working o altre misure che portino a preservare le risorse energetiche.
Lo spettro di razionamenti energetici, di cui sono iniziati a circolare rumors, non sembra più soltanto un allarme di chi vuole scatenare il panico. La sola politica della riduzione delle accise e delle tasse sull’energia, del resto, da sola non servirà ad assorbire l’impatto della crisi energetica. Ma tutti questi temi l’Europa non ha ancora deciso di presentarli all’opinione pubblica.

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