L’aggressione militare di Usa e Israele nei confronti dell’Iran, cominciata sabato scorso, non assomiglia affatto allo scenario venezuelano. Qui gli Stati Uniti di Donald Trump avevano bombardato, rapito il presidente Nicolas Maduro e operato un “regime change” in tempi record.
Teheran, però, non è Caracas e, benché negli attacchi sia stata uccisa la guida suprema Alì Khamenei e siano stati decimati i vertici politici, il regime degli ayatollah è lontano dall’essere sconfitto.
Le questioni in ballo sono molteplici. Da un lato c’è il pericolo di un allargamento del conflitto a tutta la regione e non solo, dall’altro c’è grande incertezza sul futuro dell’Iran stesso, ma soprattutto del suo popolo.

Iran, la libertà del popolo iraniano non sarà determinata dalla guerra

La liberazione del popolo iraniano è stata, come avvenuto già in passato, una delle retoriche agitate per giustificare l’aggressione militare di Usa e Israele. In realtà, la morte di Khamenei non è una garanzia di transizione alla democrazia e alla libertà e probabilmente queste ultime non sono nemmeno gli obiettivi di Washington e Tel Aviv.
«Rimane piuttosto oscura la strategia politica perseguita da Usa e Israele – osserva ai nostri microfoni Paola Rivetti, docente di relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice del libro “Storia dell’Iran: Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025)” (2026, Laterza) – È chiaro che hanno degli obiettivi militari, alcuni anche raggiunti, ma non sembra esserci un piano chiaro per un cambio di regime».

In questi giorni tanto Netanyahu quanto Trump hanno lanciato appelli al popolo iraniano, chiedendogli di scendere in piazza per riprendersi le istituzioni. Al netto della difficoltà di manifestare sotto le bombe, il popolo iraniano sembra diviso. Le grandi manifestazioni dei mesi e degli anni scorsi si contrappongono alla grande risposta di piazza in seguito all’uccisione di Khamenei. E il regime continua ad aprire il fuoco coi dissidenti per le strade.
«Il regime è sicuramente indebolito, ma non è stato sconfitto – osserva Rivetti – E forse è proprio questo il piano di Netanyahu e Trump: ridurre l’Iran a un Paese costantemente indebolito da crisi interne ed esterne, di fatto un Paese a sovranità limitata, debole e disarmato. Una condizione che favorirebbe gli interessi geopolitici di Israele».
In ogni caso, il popolo iraniano vive nuovamente una condizione di solitudine, poiché non sembra che a nessuno l’istituzione di una democrazia in Iran stia a cuore.

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La strategia iraniana per mettere in difficoltà gli Stati Uniti

«Il tentativo iraniano è quello di trascinare più Paesi possibili nel conflitto e di renderlo sempre più complesso e logorare il più possibile gli Stati Uniti e trasformare questa guerra in una guerra simile alla guerra in Iraq». È così che Giuseppe Acconcia, docente di geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova e autore del libro “Il Grande Iran” (2016, Exorma), sintetizza la strategia iraniana in reazione agli attacchi di Usa e Israele.
A differenza del conflitto di giugno scorso, che durò pochi giorni, l’Iran ha cambiato strategia perché gli ayatollah sono consapevoli di trovarsi in una guerra esistenziale, che potrebbe produrre il collasso della Repubblica islamica e dello stesso Stato.

In questa chiave può essere letto il lancio di missili che ha colpito Dubai, gli Emirati Arabi e altri Paesi del Golfo, la chiusura dello stretto di Hormuz che potrebbe avere conseguenze sul prezzo del petrolio, l’attacco in Iraq che ha provocato la morte di tre soldati americani.
E la lezione irachena sembra essere stata imparata da Teheran. Nel conflitto iniziato nel 2003, gli allora Stati Uniti di George W. Bush avevano promesso una guerra lampo, che in realtà poi li ha impegnati per mesi ed anni. Allo stesso modo, l’Iran oggi cerca di costringere gli Stati Uniti ad uno scenario simile. Non a caso Trump, nelle sue dichiarazioni, ha già allungato i termini previsti da quattro giorni a quattro settimane. E le prime vittime tra i soldati americani generano malumori negli stessi repubblicani.

Nella regione, inoltre, sono centrali i ruoli dei due Paesi più grandi, Turchia e Arabia Saudita. Sui Paesi a maggioranza sunnita pesa l’accusa di doppiogiochismo. «Per quanto siano state pronunciate parole di cordoglio per la morte di Khamenei – sottolinea Acconcia – la Turchia potrebbe trarre vantaggio dal conflitto, in particolare per la questione del Kurdistan iraniano».
Anche il docente di geopolitica conferma che l’obiettivo di Israele e degli Usa potrebbe essere quello di una frammentazione dell’Iran, sulla scia di quanto accaduto in Siria e in Iraq. Per scongiurare questo scenario, l’Iran cerca di coinvolgere quanti più Paesi nel conflitto.

L’Europa, tra doppi standard e possibile coinvolgimento nel conflitto

Nella risposta iraniana agli attacchi di Usa e Israele è anche stata colpita da un drone una base britannica a Cipro. Ciò ha immediatamente generato la reazione europea con tre Paesi – Gran Bretagna, Francia e Germania – che hanno affermato di essere pronti ad azioni difensive.
Il Regno Unito, in particolare, ha già concesso l’utilizzo delle proprie basi agli Stati Uniti.
Parigi, Berlino e Londra si dicono «sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione» in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele.

Uno dei rischi concreti, quindi, è che anche l’Europa venga trascinata nel conflitto e ciò non è uno scenario impossibile, considerate le prime dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Senza commentare gli attacchi di Usa e Israele, von der Leyen ha definito “ingiustificati” i missili iraniani lanciati verso le basi statunitensi in altri Paesi del golfo.
«È scandaloso quel commento perché non tiene conto in nessun modo che l’Iran è un Paese aggredito e che è una guerra illegale, non c’è stata alcuna approvazione delle Nazioni Unite di un attacco del genere, che è contro il diritto internazionale – osserva Acconcia – È un doppio standard che continua, perché l’Ue già in passato ha tenuto questi atteggiamenti univoci che poco corrispondono alla realtà sul campo».

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