Non spetta alla giurisdizione penale trasformare d’ufficio i riders in lavoratori subordinati. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Roberto Crepaldi, ha respinto la richiesta con cui il pubblico ministero Paolo Storari chiedeva di imporre l’assunzione a tempo indeterminato e subordinato per tutti i fattorini della piattaforma Glovo (gestita in Italia attraverso la controllata Foodinho s.r.l.).
La decisione interviene così nell’inchiesta giudiziaria sul settore del delivery, che vede la società attualmente sotto amministrazione giudiziaria. Un provvedimento disposto nei mesi scorsi per contrastare l’ipotesi di caporalato e nell’ambito del quale la srl sta dando seguito agli impegni assunti a maggio 2026 per adeguare e migliorare i livelli di paga dei circa 40mila lavoratori impiegati in tutta Italia.
Le motivazioni con cui il gip di Milano ha respinto la richiesta di assunzione dei riders
Nel rigettare l’istanza della Procura, il gip ha tracciato quella che appare una linea netta tra il perimetro dell’intervento penale e quello della giustizia del lavoro. Il compito del giudice penale in fase cautelare, precisa Crepaldi, deve concentrarsi esclusivamente sulla verifica dell’adeguatezza delle retribuzioni, così da eliminare condizioni di sfruttamento – con paghe finora ritenute sotto la soglia di povertà – e garantire i diritti fondamentali sanciti dall’articolo 36 della Costituzione.
La qualificazione giuridica della prestazione, ovvero la scelta di considerare i rider autonomi o subordinati, per il gip prescinde dalla natura dell’intervento cautelare e deve essere eventualmente affrontata nell’ambito di un separato contenzioso civile davanti al giudice del lavoro.
La Procura aveva sollecitato l’inquadramento come lavoratori subordinati richiamando anche le norme del recente decreto del governo Meloni, secondo cui la presunzione di subordinazione scatta in presenza di poteri di direzione e controllo sul lavoratore. Tuttavia, per il gip, tali valutazioni richiedono un’analisi dettagliata caso per caso.
Nelle motivazioni del decreto emerge inoltre l’esigenza di adottare la massima cautela di fronte a un’imposizione di massa.
Un passaggio secondo Crepaldi forzato alla subordinazione comporterebbe infatti un impatto economico e organizzativo profondo non solo per l’azienda, ma per gli stessi fattorini. Molti rider lavorano infatti con una doppia committenza, operando contemporaneamente per più piattaforme del delivery (come Deliveroo, anch’essa sotto controllo giudiziario), e per diversi di loro la consegna del cibo non rappresenterebbe l’attività principale. L’assunzione a tempo indeterminato li vincolerebbe a regole decisamente più rigide in termini di orari, turni e monocommittenza.
Il pm Storari ha fatto sapere che impugnerà la decisione.
Nel frattempo, l’istanza di revoca del controllo giudiziario precedentemente avanzata dai legali di Foodinho è stata ritirata, anche alla luce del parere contrario dell’amministratore giudiziario, intenzionato a verificare con maggiore certezza l’efficacia delle misure adottate sul fronte salariale. Il controllo giudiziario proseguirà quindi sul binario del monitoraggio degli stipendi e della tutela della dignità del lavoro, lasciando la querelle sull’inquadramento contrattuale alle sedi giuslavoristiche preposte.
Marta Fana: «Un passo indietro notevole»
«È un passo indietro notevole – commenta ai nostri microfoni Marta Fana, ricercatrice tenure track in economia applicata presso il Dipartimento di scienze economiche e aziendali dell’Università di Parma e autrice del libro “Non è lavoro è sfruttamento” – Perché si toglie l’autonomia se vogliamo politica di quello che era stato il decreto della Procura. Noi sappiamo già da tempo che i riders vengono pagati a cottimo con una media a consegna sotto i tre euro e, nonostante turni orari e ritmi di lavoro abbastanza estenuanti, guadagnano meno di 7-800 euro al mese».
Fana sottolinea che le disposizioni del gip fanno tornare indietro anche rispetto a quella che era la norma contenuta nel Decreto Primo Maggio del governo Meloni, secondo cui occorre riconoscere la subordinazione nel momento in cui esiste un’organizzazione del lavoro dettata dal committente, che in questo caso sono le piattaforme.
Ma per l’economista la decisione del gip è anche il segnale del riconoscimento che i grandi colossi del delivery non potrebbero sopravvivere senza lo sfruttamento, riconoscendo invece pieni diritti ai lavoratori. «Nessuno vuole mettersi contro i grandi colossi – evidenzia Fana – Lo avevano fatto la Procura e le organizzazioni che hanno sindacalizzato i riders. Ma permane una sorta di egemonia culturale secondo la quale le imprese creano lavoro».
Oltre al Decreto Primo Maggio, però, c’è anche una direttiva europea che si occupa del lavoro nelle piattaforme, di cui in Italia è in discussione la legge di recepimento.
Cosa manca allora? «Manca l’obbligo per chiunque utilizzi lavoro da piattaforma che sia eterodiretto a inquadrare i lavoratori come subordinati – conclude Fana – che significa contributi, assicurazioni, diritto a percepire la disoccupazione e libertà per i lavoratori di poter dire no quando i propri diritti vengono violati fuori da uno stato di estremo bisogno».
ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTA FANA:







