Ieri il gip di Milano Roberto Crepaldi ha convalidato il controllo giudiziario per Deliveroo Italy, la filiale italiana del colosso americano di delivery finita nell’inchiesta del pm Paolo Storari e dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro per caporalato su 20mila rider, di cui tremila in provincia di Milano.
Un provvedimento giudiziario che è sostanzialmente una fotocopia di quello adottato nei confronti di Foodinho-Glovo delle scorse settimane. In questo caso i lavoratori potenzialmente vittima di sfruttamento ammonterebbero a 40mila.

L’azione giudiziaria interviene per quello che è considerato il cosiddetto “caporalato digitale”, nel quale persone in stato di bisogno, come ad esempio i migranti che hanno estrema necessità di un lavoro per rinnovare il permesso di soggiorno, vengono sottoposti a sfruttamento con paghe che, ha evidenziato Storari, sono al di sotto della soglia di povertà. In particolare, nonostante le molte ore lavorate ogni giorno, i riders delle piattaforme di delivery non raggiungevano un reddito sufficiente a garantire per sè e le proprie famiglie un’esistenza dignitosa.

Il delivery di Glovo e Deliveroo è un sistema sistematico di sfruttamento di lavoratori in stato di bisogno

«Con queste due inchieste è diventata una verità giudiziaria quella che era una realtà che da diversi anni le lavoratrici e i lavoratori del food delivery denunciavano, cioè che più che essere una novità, una new economy o una smart economy, queste piattaforme sono in realtà delle vere e proprie fabbriche di sfruttamento che negano i diritti più basilari del lavoro, ma anche i diritti umani», commenta ai nostri microfoni Marco Marrone, sociologo e autore del libro “Rights against the machine. Il lavoro digitale e le lotte dei rider”.

Promosso inizialmente dalle stesse piattaforme come lavoretto per arrotondare lo stipendio, il delivery si è dimostrato, soprattutto grazie alle lotte dei ciclofattorini autorganizzati nel corso degli anni, come un sistema di utilizzo di manodopera a basso costo incentrato sul controllo degli algoritmi e sul cottimo.
Negli anni che hanno preceduto la pandemia, le lotte si sono concentrate soprattutto per il riconoscimento del giusto inquadramento contrattuale, in particolare di lavoratori subordinati o para-subordinati e non lavoratori autonomi, e sulle paghe per le consegne.
Dal punto di vista legislativo, in questo decennio, c’è stato un avanzamento, «anche se timido», sottolinea Marrone.

Di particolare importanza, nello specifico, ricopre particolare importanza la direttiva europea EU Delivery Act, che prevede l’introduzione di un nuovo quadro giuridico, con altrettante garanzie, per il mercato delle consegne a domicilio.
Il problema, sottolinea il sociologo, è che «da quasi due anni il governo italiano fa finta di niente e non ha emanato una legge di recepimento della direttiva europea».
«È curioso – commenta Marrone – che quando l’Europa chiede di sacrificare i diritti dei lavoratori il governo italiano si è sempre fatto trovare ligio al dovere, quando invece si chiede alzarli si fanno di fare orecchie da mercanti».

La composizione sociale dei rider in un sistema che si nutre di crisi

Dall’inizio delle battaglie dei rider ad oggi è passato circa un decennio e, in questo frangente, è cambiata anche la composizione della forza lavoro nel settore.
In particolare si può osservare come si sia verificata, anche se non ovunque, una sorta di “migrantizzazione” del settore, cioè a svolgere le consegne a domicilio sono sempre più persone di origine straniera, che vivono anche il ricatto dei permessi di soggiorno. «Chi aveva i titoli di studio e le condizioni per abbandonare il settore lo ha fatto», sottolinea Marrone, secondo cui bisogna anche tenere in considerazione che inizialmente il food delivery agiva soprattutto nei grandi centri urbani, mentre oggi il servizio si è esteso anche a piccoli paesi di provincia.
Non si può affermare tuttavia che i rider siano solo stranieri. Nel meridione, in particolare, quello delle consegne a domicilio è un settore che continua ad attirare disoccupati di lungo corso e persone fragili che hanno bisogno di un forma di reddito, anche se misera e oggetto di sfruttamento.

Questi elementi portano il sociologo ad affermare che «queste piattaforme si nutrono di crisi, hanno delle grandissime infornate di forza lavoro nei momenti di crisi».
L’ultimo grande caso, in questa chiave, risale alla pandemia, quando l’accesso ad altri tipi di occupazione è stato più difficoltoso e gli stessi rider sono stati considerati lavoratori essenziali.
«Non si smette mai di essere un rider – osserva Marrone – nel senso che una volta che ci registra, quella rimane sempre un’opzione in casi di necessità». E le piattaforme sembrano sapere di questo bisogno ed è proprio su di esso che, fino ad oggi, hanno fatto leva.

A fotografare in modo emblematico quanto sia la disperazione a costringere le persone a sottoporsi a sfruttamento pur di avere un reddito è quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare nel conflitto in Iran. «Mentre ci sono i bombardamenti continuano a girare i rider – sottolinea Marrone – perché sono una delle poche figure lavorative che continua ad operare, essendo diventato un tipo di lavoro che sostanzialmente non si ferma mai».

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