Le proteste in Iran non accennano a fermarsi. A giorni dall’inizio delle mobilitazioni, scoppiate alla fine del 2025, le manifestazioni continuano a estendersi e a intensificarsi, coinvolgendo città grandi e piccole in tutto il paese. Così come si intensificano sia la repressione, sia i rischi di interferenze esterne da parte di Stati Uniti ed Israele in primis, in un difficile quadro geopolitico.
Quella che era nata come una reazione al crollo del potere d’acquisto si sta consolidando come una delle più serie sfide politiche alla Repubblica islamica degli ultimi anni.
Le ragioni delle rivolte in Iran
A raccontare le ragioni delle rivolte è, ai nostri microfoni, Paola Rivetti, docente di relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice del libro “Storia dell’Iran: Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025)” (2026, Laterza), secondo cui le rivolte «sono entrate in una seconda fase».
Il detonatore iniziale, in particolare, è stato il tracollo del rial: il 31 dicembre 2025 il cambio ha superato il milione e mezzo di rial per dollaro, con una perdita di valore superiore al 50% in sei mesi. Nel giro di poche ore, i prezzi di beni essenziali e prodotti importati sono aumentati più volte, paralizzando il commercio. I mercati di Teheran sono stati i primi a chiudere, seguiti da decine di bazar in tutto il paese. Da lì, la protesta si è riversata nelle strade.
Nel corso dei giorni successivi, le mobilitazioni però si sono allargate e hanno raggiunto oltre settanta città in almeno diciassette delle trentuno province iraniane. Le immagini che circolano mostrano scontri con la polizia, barricate improvvisate, stazioni di polizia attaccate e tentativi delle forze di sicurezza di riprendere il controllo con idranti e arresti mirati. Dopo lo scorso week end il bilancio è assai drammatico: sono almeno 116 i morti secondo l’ultimo aggiornamento dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency. L’Hrana ha anche riferito che 2.638 persone sono state arrestate.
Nonostante la natura economica della scintilla iniziale, ridurre queste proteste a una rivendicazione salariale sarebbe fuorviante. Come già avvenuto nel 2017-2018 e nel novembre 2019, il caro-vita si è rapidamente trasformato in un catalizzatore di un dissenso politico più ampio. Gli slogan e le pratiche di piazza indicano una contestazione diretta della Repubblica islamica come sistema, non soltanto delle politiche di governo.
L’eredità di Donna Vita Libertà
A pesare sull’attuale ciclo di mobilitazioni è l’eredità ancora viva del movimento Donna Vita Libertà. Quelle proteste hanno prodotto una consapevolezza diffusa delle ingiustizie sociali, economiche e politiche, creando una disponibilità alla mobilitazione che oggi riemerge con forza.
«La composizione di classe, però, è diversa – osserva Rivetti – Oggi vediamo per le strade persone della classe lavoratrice e precaria».
Ad essere diverso rispetto Donna Vita Libertà è anche l’immaginario politico. Se il movimento nato dalla morte di Mahsa Amini era fortemente connotato da una visione femminista e anti-suprematista, le proteste attuali si muovono in un solco meno progressista, che ha visto in piazza anche bandiere monarchiche.
La risposta del regime è stata dura. Il Leader supremo Ali Khamenei ha ribadito che, pur riconoscendo la legittimità di alcune rivendicazioni, lo Stato non esiterà a reprimere in nome della sicurezza nazionale. Il presidente Masoud Pezeshkian ha tentato di abbassare la tensione con segnali di autocritica e aperture verso le università, ma visto il perdurare delle rivolte, gli arresti e i morti sono aumentati, così come le minacce della pena di morte per chi partecipa alle manifestazioni.
Il perdurare delle proteste è un elemento centrale sia per comprendere la direzione che assumeranno, sia nel delicato equilibrio internazionale, che vede gli appetiti di Israele e le minacce di un intervento militare da parte degli Stati Uniti.
Il rischio geopolitico
Mentre le proteste continuano, cresce anche la pressione internazionale. Le minacce di nuovi attacchi militari da parte degli Stati Uniti, le allusioni pubbliche al ruolo dei servizi segreti israeliani e il tentativo del figlio dell’ex Shah di accreditarsi come guida dell’Iran post-Repubblica islamica alimentano un clima di forte tensione. Dall’interno del paese, attiviste e attivisti denunciano apertamente questi tentativi di “dirottamento” delle proteste.
«Ciò che sarebbe auspicabile è che la fine della Repubblica islamica non passi attraverso nuove forme di dipendenza o di intervento esterno, perché vorrebbe dire passare da una dittatura a un’altra», sottolinea Rivetti. La liberazione politica, per molti iraniani e iraniane e per uno scenario stabile, deve andare di pari passo con l’autodeterminazione nazionale.
La docente mette in fila gli elementi da tenere in considerazione per immaginare gli scenari futuri. Da un lato c’è una questione interna, che riguarda l’assenza di una leadership o di una piattaforma condivisa che possa rappresentare un’alternativa.
Un secondo elemento riguarda l’opportunità dell’amministrazione di Donald Trump di aprire un nuovo fronte assai meno gestibile di quelli aperti fino a questo momento. Per contro, però, l’influenza e le pressioni esercitate da Israele sugli Usa sono forti.
ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLA RIVETTI:







