Dopo trentacinque anni di complessa transizione democratica, l’Albania si ritrova al centro di una profonda spaccatura sociale e geopolitica che unisce la difesa dell’ambiente ai palazzi del potere di Washington. Al centro della contestazione, ribattezzata la “rivoluzione dei fenicotteri”, c’è il rischio di una svendita sistematica del patrimonio naturale, culturale e pubblico del Paese. Le piazze di Tirana sono tornate a riempirsi di cittadini e attivisti della società civile, mobilitati via social network per difendere ecosistemi unici come la Laguna di Narta e il Delta della Vjosa dalla speculazione edilizia di lusso.
La protesta, che ha una fortissima componente giovanile ed è slegata dai partiti tradizionali, ha assunto anche un carattere internazionali, con manifestazioni della diaspora in diversi continenti.

La svedita del patrimonio pubblico per una speculazione di lusso dietro la “rivoluzione dei fenicotteri” in Albania

La scintilla che ha fatto esplodere la protesta riguarda un colossale progetto turistico da circa quattro miliardi di dollari nella zona vergine di Zvernec, un’area protetta a circa 150 chilometri dalla capitale, nota per la sua straordinaria biodiversità. Dietro l’operazione finanziaria figurano Ivanka Trump, figlia del presidente statunitense, e suo marito Jared Kushner, già gestore degli affari esteri per la Casa Bianca. Insieme a loro, i fratelli qatarioti Moutaz e Ramez Al-Khayyat, alla guida del conglomerato Power International Holding, hanno già investito circa 200 milioni di dollari per l’acquisto di terreni i cui vecchi proprietari albanesi si trovano attualmente sotto inchiesta.

La tensione a Tirana è palpabile. Una folla oceanica si è radunata davanti alla sede del governo, dando vita a scontri con le forze dell’ordine. La polizia ha tentato di bloccare la marcia verso la presidenza del consiglio anche attraverso l’uso di idranti, prima di ritirarsi per evitare un’escalation.
La risposta del premier Edi Rama è stata netta: respingendo le richieste di dimissioni, il capo del governo ha minimizzato le accuse parlando di una “guerra ibrida” orchestrata da forze straniere contrarie allo sviluppo economico albanese. Rama ha precisato che l’area in questione prevede per legge lo sviluppo turistico e che lo studio di impatto ambientale non è ancora concluso, blindando la propria posizione in virtù del mandato ricevuto dagli ottocentomila elettori che lo hanno votato.

La protesta ha rivendicazioni precise e puntuali. I movimenti civici chiedono un’immediata inversione di rotta sul piano della legalità e della trasparenza. Le rivendicazioni principali esigono non solo le dimissioni dell’esecutivo, ma anche l’annullamento immediato delle recenti modifiche alle leggi sulle Aree Protette e sul Patrimonio Culturale, giudicate troppo permissive. Gli attivisti pretendono inoltre l’abrogazione del Pacchetto della Montagna e dello status giuridico speciale riservato ai cosiddetti investitori strategici, norme considerate la porta d’accesso per la cementificazione dei beni comuni.

L’eco di questa mobilitazione ha raggiunto l’Italia, dove la numerosa comunità albanese residente all’estero ha deciso di far sentire la propria voce in segno di solidarietà. A Bologna è stato organizzato un presidio pubblico in Piazza del Nettuno, previsto per le 18.00 di domenica 7 giugno. Un’iniziativa che si propone di unire cittadini albanesi, italiani e associazioni ambientaliste in un unico fronte.
L’obiettivo della manifestazione bolognese, promossa anche dal consigliere comunale di origini albanesi Detjon Begaj, è sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul destino della costa adriatica e ribadire un principio che gli attivisti considerano fondamentale per il futuro democratico del Paese, ovvero che l’Albania appartiene prima di tutto ai suoi cittadini e alle generazioni future.

ASCOLTA L’INTERVISTA DETJON BEGAJ: