Memorie della Piantagione. Episodi di razzismo quotidiano è il libro che risponde alle memorie traumatiche del razzismo con un processo di decolonizzazione del sé. Fa emergere la realtà psicologica di un razzismo quotidiano vissuto in maniera precipua dalle donne nere, e si basa su impressioni soggettive e auto-percezioni. È possibile acquistarlo nella sezione Intersezioni di Capovolte.

Una traduzione per svincolarsi dal binarismo di genere del linguaggio e denunciare episodi di razzismo quotidiano

Memorie della Piantagione è un «libro di Grada Kilomba, che oltre ad essere una psicologa, è un’artista interdisciplinare», afferma Mackda Tesfau nell’intervista rilasciata a Rachele Copparoni. L’autrice è nata a Lisbona ed è nota per l’uso sovversivo e non convenzionale delle pratiche artistiche, con le quali fronteggia il razzismo e le altre forme di decolonizzazione della conoscenza. Nella sua ricerca emerge la necessità di interrogarsi in maniera interdisciplinare sulla memoria, il trauma del razzismo, la dolorosa e poco esplorata eredità del passato coloniale sulla nostra contemporaneità, il genere. Nelle sue opere, invece, incarna i propri testi, portandoli in vita in installazioni e performance.

«Questo libro raccoglie la ricerca di dottorato di Grada, che si è svolta attraverso interviste a giovani donne afrotedesche, afrodiscendenti europee, che parlano della loro vita, degli episodi di razzismo quotidiano e delle manifestazioni di questo razzismo nelle esperienze singole nelle loro storie di vita. Quindi è un’analisi di una serie di racconti che non sono testimonianze ma sono account, resoconti, dati qualitativi rispetto alla realtà del razzismo e delle sue manifestazioni nel quotidiano», continua Mackda Tesfau. Si tratta di una delle traduttrici del libro, e ci ha spiegato il processo di trasporto dei contenuti di un’opera da una lingua a un’altra.

Il libro di Kilomba è stato pubblicato nel 2008 per la casa editrice tedesca Unrast Verlag, ed è giunto alla sesta edizione. Questi episodi di razzismo quotidiano sono scritti in forma di piccole storie psicoanalitiche. Inoltre, è stato già tradotto in diverse lingue. Tradurre un libro che sfida ciò che il progetto coloniale ha predefinito, diventando una contrapposizione assoluta ai meccanismi messi in moto dalla storia e poi assorbiti anche dal linguaggio e dal modo in cui ci si esprime , non è semplice. La traduzione di Memorie della Piantagione, infatti, è avvenuta a più mani. «Io ho tradotto questo testo con Marie Moïse», spiega Mackda Tesfau, «che si occupa di femminismo intersezionale».

La storia sociolinguistica della n-word è controversa, e in Italia non sempre ci si rende conto di quanto possa essere offensivo il suo uso. Il linguaggio è un campo di battaglia, e le parole possono ferire più di un dardo infuocato. In realtà, già dagli anni Ottanta era stata percepita la portata semantica della parola, perché anche in italiano la sua storia si è legata allo schiavismo e al razzismo di stampo fascista. L’unica scelta accettabile è che un bianco non la scriva e non la pronunci. «Termini come Nero, la n-word che chiamiamo n con la g, o n., come nel testo, su spinta di Kilomba, la parola di colore che, in un calcolo nell’inglese, sembrerebbe poter comprendere tutte le persone non bianche. Insomma, la utilizziamo, ma nel contesto italiano rimanda a un modo di parlare di nerezza che non è ritenuto corretto», ribadisce Mackda Tesfau.

La traduzione italiana di Memorie della piantagione è quantomai unica perché include un’operazione semantica atta a decostruire il discorso patriarcale, il binarismo di genere e la pretesa di universalità del maschile sovraesteso. È così che si va alla ricerca di un linguaggio più inclusivo. «Grada è stata molto entusiasta della nostra idea di utilizzare la Schwa, perché tiene viva la riflessione del libro che denunciava l’assenza di un modo per uscire dal binarismo di genere nel linguaggio, nelle lingue neolatine. Abbiamo deciso di rendere parole come altrə e soggettə con la Schwa, perché pur essendo dei termini singolari passati per neutri, in realtà, il fatto che “soggetto” sia maschile ha un’implicazione evidente che nega l’individualità e la soggettività femminile e non binaria. Lo stesso si può dire per la parola altro, che non contempla l’alterità assoluta, che è quella della donna, soprattutto quando è razzializzata», conclude Mackda Tesfau. Memorie della piantagione, allora, insegna anche come decolonizzarsi da un linguaggio che non può più non tener conto di ognunə di noi, o ammettere qualsiasi forma di razzismo.

Maria Luisa Pasqualicchio

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