Le immagini più di impatto giunte fino a noi sono quelle di Minneapolis perché la città reagì compatta ai soprusi polizieschi, ma la resistenza popolare all’Ice, l’agenzia statunitense protagonista di rastrellamenti di migranti e omicidi si è organizzata in diverse città, almeno quelle santuario prese di mira da Trump. E a cercare di ostacolare quelli che vengono considerati rapimenti non sono solo gli attivisti, ma sono coinvolti anche semplici cittadini americani indignati dai soprusi.
A raccontare ai nostri microfoni come funziona la resistenza popolare all’Ice è Francesca, esponente del comitato politico nazionale dei Democratic Socialists of America, lo stesso partito del sindaco di New York Zohran Mamdani e della deputata Alexandria Ocasio-Cortez.
Le pratiche delle reti civiche di resistenza popolare all’Ice
Oltre ai frequenti omicidi, che non hanno risparmiato né migranti né cittadini americani, l’Ice è tristemente nota per l’uso della forza e i rastrellamenti casa per casa alla ricerca di migranti non in regola con il permesso di soggiorno. E per il loro rapimento e trasferimento in centri di detenzione amministrativa, assimilabili ai nostri Cpr, da cui poi dovrebbero essere espulsi dagli Stati Uniti.
Lo schema di funzionamento dell’Ice è ormai abbastanza consolidato e ha una chiara regia politica. Ad essere prese di mira con spettacolari operazioni in forze sono le cosiddette città-santuario, cioè comuni amministrati dai democratici e che mostrano un’apertura nei confronti dei migranti e un’ostilità nei confronti dell’operato della stessa polizia anti-migranti.
La stessa Minneapolis è stata presa di mira perché da là partì il movimento Black Live Matters con i disordini seguiti all’omicidio di George Floyd. E nel gennaio scorso la gigantesca operazione, nel corso della quale furono uccisi due attivisti con cittadinanza – Renée Good e Alex Pretti – è suonata come una punizione governativa proprio alle sommosse dopo la morte di Floyd.
La città del Minnesota fece parlare di sè anche per la grande risposta popolare alle violenze poliziesche, con lo sciopero generale del 23 gennaio a cui hanno partecipato tra le 50.000 e le 100.000 persone, che hanno sfidato le temperature estreme sottozero per marciare nel centro della città e chiedere il ritiro degli agenti federali.
Le città prese di mira, dunque, non subiscono passivamente e già da qualche tempo si organizzano in vere e proprie reti di resistenza all’Ice.
A ribellarsi non sono solo gli attivisti e le comunità migranti, bersaglio delle operazioni di polizia, ma anche i semplici cittadini che si organizzano per presidiare i quartieri.
Tra gli strumenti difensivi, in chiave preventiva, viene distribuito un biglietto da visita di colore rosso che costituisce una sorta di vademecum. In esso vengono esplicitati i principali diritti costituzionali delle persone, in particolare quelle migranti, ma si trovano anche delle frasi che le persone possono pronunciare, ad esempio se si trovano gli agenti dell’Ice alla porta senza un mandato firmato da un giudice.
Un’altra contromisura prevede la distribuzione di fischietti, da utilizzare quando si vedono mezzi e agenti dell’Ice che arrivano nelle strade in modo da avvisare le persone del quartiere.
Un’attività analoga viene svolta attraverso delle vere e proprie “chat di quartiere”, in cui le persone segnalano la presenza delle auto della polizia federali con tanto di geolocalizzazione, orario e targa del veicolo. A Minneapolis, nello specifico, furono organizzati veri e propri turni di presidio dei quartieri sfidando le temperature molto rigide dell’inverno in città.
Inoltre c’è una sorta di tracciamento delle persone rapite, allertando gli avvocati e facendo in modo da seguire il suo trasferimento.
Le campagne e le azioni politiche contro l’Ice
Accanto alle misure difensive, la resistenza popolare all’Ice mette in campo anche azioni proattive. Tra queste ci sono forme di pressione ai Consigli comunali affinché non approvino protocolli di collaborazione tra le polizie locali e quella federale anti-migranti. Al tempo stesso viene chiesto alle città che hanno già approvato memorandum del genere (se ne contano circa 2600 in tutti gli Stati Uniti) di revocare quel provvedimento.
L’attivista sottolinea che si tratta di azioni abbastanza simboliche, perché nei fatti la polizia poi fa ciò che vuole.
Accanto a ciò, vengono portate avanti campagne contro i centri di detenzione dell’Ice, che sono equiparabili alle strutture di detenzione amministrativa che abbiamo in Europa e in Italia. O contro l’uso dell’AI nelle telecamere per seguire le persone.
Vi sono poi anche azioni più prettamente politiche, in particolare da parte del Dsa. «Un problema che abbiamo riscontrato – racconta l’attivista – è che le giovani generazioni latine sono quelle che più velocemente passano a destra. Per questa ragione cerchiamo di dare rappresentanza politica per dare modo di capire che c’è un’alternativa, ad esempio facendo eleggere deputati di seconda o terza generazione».
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