Hanno provocato una grossa turbolenza le parole di Roberto Savi, leader della banda della Uno Bianca, nell’intervista concessa a Francesca Fagnani per la trasmissione Belve Crime, trasmessa su RAI 2 martedì scorso.
La Procura di Bologna, che ha un’inchiesta aperta sulla banda in seguito ad un esposto dei famigliari delle vittime di tre anni fa, ha già fatto sapere che interrogherà Savi, che da trent’anni è in carcere per le gesta criminali compiute tra la fine degli anni ’80 e l’inizio anni ’90.
L’intervista a Roberto Savi, le cose note e le cose inedite sulle gesta criminali della banda della Uno Bianca
103 episodi criminosi, principalmente rapine a mano armata, 24 morti e 115 feriti. Questo è il triste bilancio della banda della Uno Bianca in appena sette anni di attività, tra il 1987 e il 1994.
Per queste gesta criminali i processi portarono a condanne all’ergastolo per Marino Occhipinti, Alberto, Roberto e Fabio Savi, a 18 anni di reclusione per Pietro Gugliotta e a 3 anni e 8 mesi per Luca Vallicelli.
Nonostante le condanne, però, sono ancora molte le zone d’ombra, i dubbi e i misteri attorno alla vicenda, anche per il fatto che i fratelli Savi non erano cittadini come gli altri, ma membri della polizia.
È questa la ragione per cui, attorno alla famigerata banda che in 17 episodi criminosi utilizzò come auto una Fiat Uno di colore bianco, da cui il nome attribuito dalla stampa, si continua a indagare, tanto a livello giudiziario quanto a livello giornalistico. Su questo versante è proprio un giornalista, Paolo Soglia, autore del libro “Uno Bianca Reload” (Edizioni Pendragon, 2025) ad aver analizzato sul canale YouTube dedicato le ultime parole di Roberto Savi.
GUARDA L’ANALISI DI PAOLO SOGLIA:
Nella sua disamina, in particolare, il giornalista osserva che una delle dichiarazioni di Roberto Savi che ha fatto più clamore, cioè la copertura che la banda avrebbe ricevuto da parte di uomini delle istituzioni (presumibilmente dei servizi segreti), in realtà non è nuova.
Lo stesso Savi, nel processo a Pesaro e Rimini, dopo aver inizialmente ammesso tutte e gesta che gli venivano imputate, nel 1996 ritrattò, fornendo una versione in cui apparivano proprio questi presunti uomini delle istituzioni che avrebbero offerto copertura alla banda.
Soglia ricostruisce un passaggio della deposizione del capo della Uno Bianca in cui racconta di essere stato fermato da uomini in borghese nei pressi del cimitero polacco di San Lazzaro di Savena e che con sè aveva un borsone carico di armi. Invece di arrestarlo, però, questi personaggi non identificati lo avrebbero lasciato andare, di fatto stabilendo uno sodalizio.
La versione raccontata da Savi anche a Fagnani, nello specifico, sembra tesa a far credere che la banda della Uno Bianca, in realtà, fosse una sorta di agenzia criminale di servizio per altre bande, ma anche per uomini delle istituzioni.
A differenza del 1996, però, cambia la localizzazione della base operativa di questi soggetti. In particolare, i Savi trent’anni fa definivano queste persone come “i toscani”, perché avrebbero avuto base in Toscana. Nell’ultima intervista, Roberto Savi invece riferisce di frequenti viaggi a Roma.
Nella sua disamina, però, Soglia sottolinea che in questi trent’anni i Savi non hanno fornito riscontri o nomi di questi personaggi, per cui la pista è finora finita in nulla.
L’ergastolano, sempre nell’intervista, afferma che era preoccupato per la sorte del figlio e dell’ex moglie, quasi per avvalorare la tesi del fatto che la banda agisse sotto ricatto o comunque che ci sarebbero state conseguenze se non avessero eseguito gli ordini.
Se la copertura ricevuta dalla banda non è un elemento inedito, ben più interessanti sembrerebbero le dichiarazioni rilasciate in merito alla rapina avvenuta il 2 maggio 1991 in via Volturno, in pieno centro a Bologna. La rapina per rubare due pistole, in cui persero la vita la proprietaria Licia Ansaloni e il commesso Pietro Capolungo, in realtà sarebbe stato un pretesto per compiere un omicidio su commissione. Centrale, infatti, appare la figura di Capolungo, carabiniere in pensione e frequentatore del servizio di informazione dell’Arma.
Nell’intervista a Fagnani, Roberto Savi fa capire esplicitamente che l’uomo era il reale obiettivo.
Questa versione, in particolare, sembra venire confermata dalla dinamica della sparatoria (i Savi aspettarono il rientro di Capolungo prima di aprire il fuoco) e dal successivo comunicato della “Falange Armata”, il fittizio gruppo con cui i membri della banda della Uno Bianca rivendicavano le proprie gesta.
Quel comunicato, riletto alla luce delle ultime dichiarazioni di Roberto Savi, suona esaustivo: il colpo in via Volturno non rientrava nella strategia della banda, ma era un’azione commissionata per sanare “smagliature”, così vengono definite, interne. In altre parole, Capolungo era diventato un personaggio scomodo per le relazioni che aveva e per cose che forse sapeva, quindi doveva essere eliminato.
Nella sua analisi, Soglia sottolinea anche un ulteriore passaggio delle parole di Roberto Savi su cui la magistratura dovrebbe fare chiarezza. In particolare, il criminale equipara polizia e carabinieri, andando contro la narrazione dominante secondo cui tra le fila della polizia si annidassero le mele marce, in particolare gli stessi Savi, mentre i carabinieri fossero “i buoni” della vicenda, anche a fronte delle vittime prodotte nell’Arma dalla stessa banda (Mitilini, Moneta, Stefanini, Stasi, Erriu).«Non è proprio così – osserva il giornalista – Nei carabinieri ci stava il brigadiere Domenico Macauda, che depistò il duplice omicidio dei carabinieri a Castel Maggiore e ci sono anche altre cose di cui non si è venuti a capo».
C’è poi un ultimo elemento su cui Soglia si sofferma sempre a proposito dell’intervista a Roberto Savi. Quando venne fermato, fu ovviamente fatta una perquisizione in casa sua e vennero ritrovati molti soldi. Nella sua domanda, Fagnani parla di 200 milioni di lire, mentre il detenuto obietta e sostiene che ce ne fossero 500.
Bugia? O qualcuno, di fronte a tanto denaro, ne fece scomparire 300 milioni? Anche questo meriterebbe un approfondimento della magistratura.







