La Procura di Milano ha aperto un’indagine su un uomo ottantenne della provincia di Pordenone, accusato di omicidio continuato aggravato per l’uccisione di civili inermi durante l’assedio di Sarajevo a metà degli anni ’90. Si tratta di una svolta importante nelle indagini – di cui si era già parlato lo scorso autunno – sui cosiddetti “cecchini del weekend”, uomini europei che si sarebbero regolarmente recati in Bosnia, tra il 1993 e il 1995, per partecipare a dei “safari umani” contro la popolazione civile bosniaca, mentre la capitale era sotto l’assedio delle forze serbo-bosniache.

“Cecchini di Sarajevo”, nuovo filone nelle indagini su un italiano di estrema destra

L’indagato, che verrà interrogato dalla Procura il 9 febbraio, è stato individuato grazie alla testimonianza di una donna che era stata in precedenza intervistata da Marianna Maiorino, giornalista di una televisione locale friulana. La donna ha riferito di avere appreso i fatti direttamente dai racconti dell’indagato – che all’epoca aveva una cinquantina d’anni, e viene definito come «un amante della caccia e delle armi», ma anche «appassionato di armi, di estrema destra e cattolico» – che si sarebbe vantato di andare a «caccia» in Bosnia. Sia la testimone che la giornalista sono state sentite dagli inquirenti, e le loro deposizioni sono tra le prove alla base dell’invito a comparire che è stato notificato all’indagato.

Marianna Maiorino aveva pubblicato un video su YouTube a luglio, mesi prima che emergessero le prime indiscrezioni sull’inchiesta della Procura di Milano, in cui parlava di quanto aveva scoperto durante un viaggio a Sarajevo. In questa occasione una guida turistica le aveva raccontato di come quella dei «Safari di Sarajevo» fosse una pratica ben nota all’epoca. Si trattava di uomini europei o nordamericani, spesso molto ricchi, che pagavano somme ingenti di denaro per recarsi a Sarajevo e sparare sui civili, soprattutto sui bambini. In Bosnia si era ricominciato a parlare di questi fatti a seguito della pubblicazione, nel 2022, di un documentario prodotto da un regista sloveno.

Nello stesso video YouTube, Maiorano faceva notare che pochi giorni prima, il 9 luglio del 2025, il giornalista Ezio Gavazzeni aveva reso noti alla Procura di Milano i risultati di una sua personale ricerca sul tema, da cui era emerso, peraltro, che il principale punto di raccolta di questi uomini, da cui partivano i pullman diretti a Sarajevo, fosse proprio a Milano. Il giornalista raccontava di aver parlato con un ex agente dell’intelligence bosniaca, che a sua volta riferiva di aver avuto, all’epoca dei fatti, contatti con il SISMI (il servizio segreto militare italiano, oggi sostituito dall’AISE), e che questi fossero a conoscenza di questo fenomeno almeno dal 1994 e avessero contribuito a farlo cessare.
È proprio dagli esposti di Gavazzeni che era nata l’inchiesta sui «cecchini del weekend», lo stesso filone in cui adesso si va ad inserire l’indagine sull’ottantenne di Pordenone.

Per quanto riguarda l’indagato, gli inquirenti hanno accertato che viaggiava spesso in Jugoslavia durante il periodo della guerra, come confermato anche dall’azienda metalmeccanica per cui lavorava. Secondo la testimone sarebbe stato coinvolto in un traffico d’armi, ma non è chiaro se si muovesse da solo o in gruppo, o quali fossero l’entità e la finalità di questo traffico. Gli inquirenti hanno perquisito la sua abitazione, dove sono state trovate sette armi regolarmente detenute.
Marianna Maiorino ha raccontato all’ANSA che chi l’ha conosciuto lo definisce come «un uomo spregevole, di cui avere molta paura», e ha commentato che «si tratta di un’altra tipologia di cecchini, non i liberi professionisti facoltosi di cui si parlò in autunno», bensì «persone della media borghesia che potrebbero essere tranquillamente i vicini di casa di ognuno di noi».