Si è concluso ieri a Budapest, in Ungheria, il processo di primo grado che vedeva imputati i militanti antifascisti Maya T, Anna M. e Gabriele Marchesani. Le condanne del tribunale ungherese ammontano rispettivamente a 8, 2 e 7 anni. Si tratta dello stesso processo in cui era imputata Ilaria Salis e che riguarda la presunta aggressione a militanti di estrema destra durante un raduno neonazista in Ungheria.
Il processo-farsa in Ungheria e le condanne a Maya, Gabri e Anna
I giudici ungheresi hanno emesso le condanne dopo 30 minuti di camera di consiglio.
I fatti sono risalenti al 2023, durante il raduno di militanti neonazisti a Budapest per il “Giorno dell’onore“: una ricorrenza che ogni 13 febbraio celebra i soldati del Fuhrer che nel 1945 non si arresero all’Armata Rossa.
«La sentenza e anche l’iniziale ipotesi di patteggiamento presentano una sproporzione rispetto alla materialità dei fatti contestati», afferma ai nostri microfoni l’attivista e giornalista Alberto Abo Di Monte.
In particolare, la sproporzione si rileva in gran misura anche sul pacchetto di prove presentato, che è minato dall’approccio della democratura ungherese e dal meccanismo giudiziario. Pochissimi elementi per dimostrare la colpevolezza degli imputati, un forte protagonismo del giudice e la presenza in aula di tribunale di gruppi neonazisti a esercitare forme di pressione. Elementi che hanno appesantito l’atmosfera, anche con «insulti, gesti e grugni appena Maya è entrata», sottolinea Di Monte.
Il padre di Maya ha parlato di processo-farsa politico: la sentenza era già stata decisa. «È diventato chiaro cosa significhi autocrazia in Ungheria: il primo ministro Orban la accusa personalmente di terrorismo e chiede una condanna severa». Ad aggiungersi, la mancanza di un elemento probante personale in cui Maya sia riconoscibile come persona attiva.
In Italia la vicenda di Gabriele Marchesani, non presente a Budapest a causa del rifiuto di estradizione da parte della Corte d’Appello milanese, è ancora circondata da un fitto silenzio. Tra gli imputati nel processo è quello che ha avuto meno copertura mediatica, come invece è successo per Ilaria Salis. Lo stesso vale per Anna M, che si trova in Germania ed ha ricevuto una condanna molto più bassa.
«La condanna di sette anni per Gabriele potrebbe riaprire un’istanza per l’estradizione, sottolinea Di Monte.
E proprio il tema dell’estradizione è centrale e comune anche ad altri stralci di questo processo. Tocca infatti anche la vicenda di un altro attivista antifascista, Gino, che attualmente si trova in Francia.
Il rifiuto dell’estradizione per Gabriele è stata motivata dal tribunale milanese per «possibile violazioni dei diritti umani» nelle carceri di Budapest. Le condizioni già denunciate da Ilaria Salis, e poi da Maya, vengono descritte come “tortura bianca“. Il sistema carcerario ungherese, infatti, è da tempo riconosciuto come luogo di violenza e tortura.
In questo discorso si inserisce anche la posizione di Maya come persona non binaria, ulteriormente presa di mira nelle misure detentive ungheresi, che allo tempo risponde all’autocrazia di Orban, impegnata in una vera e propria persecuzione nei confronti delle persone queer e trans.
Per il giornalista, il quadro attorno a cui si è svolto il processo non può essere ridotto ai fatti del 2023, ma si inserisce in un tentativo di criminalizzazione e persecuzione di tutto il movimento Antifa.
Sono recenti infatti le accuse di “associazione terroristica” anche nell’America di Trump. Dunque si parla di una vera e propria “costruzione” del teorema del movimento Antifa, che rende illegali alcune organizzazioni e di cui il processo di Budapest è solo un elemento, l’anello di una catena di repressione.
La costruzione di un nemico pubblico, interno «è assolutamente funzionale in tempi di guerra – sostiene Abo – c’è una dimensione transnazionale in questo quadro repressivo e transazionale deve essere la risposta che mettiamo in campo in termini di solidarietà antifascista».
Dopo la lettura della sentenza sono già state calendarizzate le prime iniziative di solidarietà e le prime mobilitazioni per gli antifascisti condannati. In particolare, gli appuntamenti già lanciati sono il 12 febbraio a Pisa, il 14 febbraio in Piazza Missori a Milano e a Roma, in occasione di alcuni anniversari in cui convergeranno anche le istanze del processo.
Le informazioni relative ai moti in solidarietà saranno disponibile sulle pagine della campagna internazionale Free All Antifas.
ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALBERTO ABO DI MONTE:







