Salvo miracoli, il 30 giugno verranno messi i sigilli alle fonti di acqua termale di Porretta. Più di 30 lavoratori perdono il posto, ma ci saranno problemi per l’indotto della fragile economia dell’intera vallata. Polemiche per il ricorso al tar che, secondo i sindacati, ha fatto andare deserta l’asta.

Le terme di Porretta, salvo miracoli in zona Cesarini, chiudono. Le fonti dell’acqua termale, che per qualità è la terza in Europa, verranno sigillate il 30 giugno e la concessione mineraria tornerà alla Regione Emilia Romagna.
È la triste storia dello stabilimento nel Comune dell’Appennino bolognese, un epilogo creato dal fallimento della società che gestiva le terme, dalla mancanza di investimenti e di una visione strategica che non ha puntato sul turismo, della contesa senza progetti della concessione.

Sono più di 30 i lavoratori che perderanno il posto. Altri 17 sono già rimasti a casa quando è stato posto sotto sequestro l’albergo adiacente alla struttura, che serviva a dare ospitalità agli ospiti che arrivavano sull’Appennino a beneficiare delle cure termali.
I danni provocati dalla chiusura dello stabilimento, che in ogni caso non potrà riaprire prima di almeno 14 mesi, però, rischiano di estendersi a tutto l’indotto di un territorio già disagiato geograficamente e provato dalla crisi economica.

A raccontare ai nostri microfoni gli ultimi capitoli della storia delle terme di Porretta è Andrea Carrà della Filcams Cgil. “A luglio del 2014 la società che aveva in gestione lo stabilimento ha dichiarato il fallimento ed è partito l’esercizio provvisorio del curatore fallimentare. In questo tempo si è cercata una soluzione, rappresentata fino a pochi giorni fa da un’unica società interessata a rilevare la gestione, Tema srl”. Una soluzione non senza dolori, dal momento che la società ha richiesto un accordo sindacale che prevedeva degli esuberi.

Ciò, però, non è bastato perché, pochi giorni prima dell’asta, la società Gruppo Alberghiero Helvethia di Porretta ha presentato un ricorso al Tar contro il passaggio diretto della concessione mineraria al nuovo aspirante gestore. Ciò, secondo i sindacati, ha allontanato Tema srl e l’asta è andata deserta.
Una complicazione notevole, visto che il curatore fallimentale aveva fissato per il 30 giugno la dead line oltre la quale lo stabilimento avrebbe definitivamente chiuso i battenti, comportando la chiusura con sigilli delle fonti e il ritorno della concessione mineraria in capo alla Regione.

I problemi, in realtà, nascono ben prima dell’attuale impasse. La gestione era in perdita da tempo a causa di diversi fattori: l’alto costo delle strutture e del personale rispetto all’effettivo fatturato, la mancanza di investimenti per l’ammodernamento delle strutture, la mancanza di strategie per incrementare l’utenza, legando le attività solamente alle prescrizioni sanitarie e poco o niente al turismo, con eventuali pacchetti benessere.
Un ruolo negativo, in questo senso, lo ha giocato anche la politica, che si è quasi completamente disinteressata della struttura, preoccupandosi solamente del destino della concessione mineraria, ma senza un reale progetto di gestione.

Nelle poche ore che mancano alla scadenza dei termini, i sindacati tentano il tutto per tutto. È stato infatti chiesto un incontro urgente col curatore fallimentare per chiedergli di posticipare di almeno due settimane la chiusura. Ciò perché nel frattempo c’è un nuovo soggetto che si è dichiarato interessato a gestire, almeno temporaneamente, la struttura, ma ha bisogno di tempi tecnici per verificare la sostenibilità dell’offerta.
Per i lavoratori e per quella fetta di Appennino, dunque, queste ultime ore saranno ore di apprensione, nella speranza che la parola fine possa non essere scritta.

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