Chi non ha provato sulla propria pelle come la meteorologia influisca sul proprio stato d’animo creando turbamenti, rendendoci instabili, procurandoci talora pericolosi temporali interiori all’incrocio di diverse correnti emotive. In altri momenti invece forse vorremmo influire sul clima esterno trasmettendo la nostra positività sul gelo che troviamo intorno o vorremmo raffreddare un insopportabile caldo che ci fa fumare il cervello.
Partendo dall’affermazione di Goethe secondo cui “Lo studio della meteorologia, come molte altre cose, porta solo alla disperazione”, l’attrice Silvia Calderoni e la performer e drammaturga Ilenia Caleo hanno costruito un’indagine performativa “sui fenomeni sottili dell’animo umano” ragionando proprio sull’influenza reciproca tra il tempo atmosferico e gli stati interiori. Piacevoli e curiose le atmosfere sonore create, dal vivo, da Martina Ruggeri, colpiscono i colori della scenografia gialla che costruisce infinite stanze del medesimo colore in cui abitano le personagge che agiscono la drammaturgia fisica e l’efficace piano luci che inonda l’ambiente ora di sole, ora di una luce fredda e crepuscolare seguendo l’andamento meteorologico degli stati d’animo. Coinvolgono i “sonetti della disperazione” di Ilenia Caleo, ispirati da La forma delle nuvole di J. W. Goethe declamati o cantati al microfono, a bordo scena, a turno dalle performer che suggeriscono quello che sta per succedere e evidenziano alcune parole chiave che presumibilmente hanno guidato il lavoro di composizione fisica dei materiali. Interessanti alcune idee narrate nelle diverse scene che si susseguono come l’uso di un piccolo strumento simile a un accendino che permette di creare delle nuvolette di fumo che vanno a disperdersi nell’aria suggerendo l’idea di pensieri che escono dalla testa delle artiste, quasi immobili sul palco, o come fumo che letteralmente promana da cervelli in fiamme per un surriscaldamento ingenerato sia da cause endogene che esogene.
L’immagine della donna sfinita, ciondolante, disfatta che, come uno struzzo, vuole ficcare la testa dentro la borsa della spesa come a fuggire da tutti i problemi con la testa fumante, è sicuramente un’immagine geniale che è stata anche scelta come immagine copertina dello spettacolo e posta sui cartelloni. E’ divertente anche pensare a corpi tremolanti come gelatine incapaci di agire, di prendere decisioni, di stare in un mondo che pretende l’alta definizione, ma sforna forse giovani spaesati, incapaci di trovare una identità forte, definita, finendo con il disfarsi, l’accasciarsi senza riuscire ad agire sull’ambiente circostante se non balbettando qualche piccolo e incerto movimento con le dita che riesce a malapena a spostare l’aria.
Non mancano materiali interessanti, ma risultano come troppo dilatati, sfilacciati. Le alte aspettative ingenerate dalla presentazione molto ben fatta, dal prestigioso debutto sold out a Santarcangelo, non ultimo la provenienza di Calderoni dal Teatro della Valdoca e di Caleo dall’attivismo femminista e queer, facevano ben sperare in uno spettacolo da ricordare e che potesse portare nuovi contenuti e un punto di vista diverso sul reale così dominato dal patriarcato visto il sottotitolo “a lesbian tragedy”. Mentre si assiste allo spettacolo si attende disperatamente, dall’inizio alla fine, a una sostanza che sembra poi non arrivare, la performance è disseminata di tracce di cose curiose, di spunti di punti di vista altri, ma si rimane delusi alla conclusione per la mancanza di un sugo che non c’è o, se vogliamo prendere spunto dal titolo della sezione in cui lo spettacolo è inserito in ERT, manca la CARNE. C’è il fumo, un pò di poesia, una bella confezione, moltissimi colori sgargianti che portano anche un pensiero giallo e fuxia sul palco che sembra cambiare le prospettive, c’è un lungo bacio tra due personagge che crea interesse perché avviene tra due corpi che sembrano sciogliersi, che non riescono realmente ad abbracciarsi, come se le braccia restassero molli, e poi anche le gambe cedessero nell’impossibilità di un amore perché le sostanze corporee non reggono la verticalità e, come le gelatine che seguiranno, si accasciano disfandosi. Ci sono elementi gustosi, ma talmente dilatati nel tempo e persi in tanta immobilità che si esce pensando che tutto quanto viene detto in 65 minuti poteva essere condensato in 10 minuti, lasciando poi spazio ad altri sonetti, a citazioni di Goethe, o ad altro testo che fosse più pregnante o a un movimento, una composizione corporea che fosse più significativa. Il movimento scenico poteva magari approfondire quella stessa mutevolezza di umore tra il riso e il pianto accennata da Francesca Turrini in una scena che poteva portare a una più interessante ed estesa drammaturgia corporea. Emerge il tema del dolore delle donne, della disperazione esplicato in un pianto incessante che ritorna in più scene e che rimanda a una millenaria oppressione da cui fatichiamo a disfarci, un dolore di cui dobbiamo disfarci, ma che è difficile fare evaporare goccia a goccia. Sicuramente occorre tempo per risollevarci dalla strutturale violenza che l’uomo ha agito sui corpi delle donne e di tutte le soggettività non conformi, non allineate. Forse è difficile però chiedere a spettatori e spettatrici di attendere in platea che passi questo tempo mentre si rompe la realtà, ma una realtà nuova fatica ancora ad emergere da corpi ridotti a pezzi. Applausi molto convinti da un gruppo di giovani sostenitrici, applausi generalizzati, anche se non particolarmente vibranti, da tutto l’uditorio, che crescono quando esce la bandiera della Palestina e Turrini indossa la kefia in sostegno della resistenza del popolo palestinese. Mi ha fatto molto ridere una spettatrice fuori dal teatro che ha chiosato “una persona qualunque si sarebbe alzata a metà spettacolo, bene, il biglietto l’abbiamo pagato, la nostra parte per sostenervi l’abbiamo fatta, ma dopo metà avevano già detto tutto”. Pubblico molto educato invece, nessuno si è mosso, tutti e tutte molto attente, tutti e tutte direi in modalità militante, abbiamo voluto sostenere questa ricerca teatrale che presentava un pensiero lesbico, femminista, queer. Rispetto alla modalità della narrazione tuttavia ho personalmente atteso e sperato fino all’ultimo in un cambio di passo, in una drammaturgia fisica che anche eventualmente approfondendo la direzione gelatinosa dei corpi, andasse però oltre le provocazioni di immobilità in stile Cage lasciando in bocca un sapore di nebbia, senza un vero temporale.
14 dicembre ore 18 ultima replica in sala Thierry Salmon, Arena del Sole- Bologna.







