E’ un dibattito che ciclicamente ritorna. Basta una dichiarazione, un’intervista, una presa di posizione o, al contrario, una mancata presa di posizione. Questa volta è toccato a Francesco De Gregori, che durante la presentazione del documentario Nevergreen ha ribadito una convinzione che accompagna da sempre la sua carriera: l’artista non è necessariamente chiamato a diventare una guida politica o morale del proprio pubblico.

Le sue parole hanno generato discussioni accese. Da una parte ci sono coloro che hanno letto nelle sue dichiarazioni una forma di disimpegno, soprattutto in un periodo storico segnato da guerre, crisi internazionali e forti tensioni sociali. Dall’altra ci sono tutti coloro che hanno difeso il diritto dell’artista a esprimersi attraverso le proprie opere senza essere costretto a trasformarsi in commentatore permanente dell’attualità.

Cosa ha detto De Gregori (su Springsteen)

De Gregori ha preso spunto da Bruce Springsteen, che più volte ha voluto sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’amministrazione Trump. E ha detto testualmente: «Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali e di guerra, perché tutto ciò, tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura». La posizione del cantautore può essere interpretata in modi diversi. Da un lato può apparire come il frutto della maturità e dalla consapevolezza che la realtà è complessa e poco riducibile a slogan e schemi rigidi in cui il bene e il male sono facilmente identificabili. Dall’altro può essere letta come una forma di rinuncia all’impegno pubblico, peraltro da parte di un artista che per molti ha rappresentato valori progressisti, attenzione agli ultimi e sensibilità civile.

ASCOLTA LE PAROLE DI FRANCESCO DE GREGORI:

Le reazioni non si sono fatte attendere e continueranno ad arrivare. Il sottinteso implicito è che – nel momento storico attuale – De Gregori avrebbe dovuto esprimersi su Gaza (di cui nell’intervista di presentazione del documentario non si è parlato). Enzo Iacchetti si è detto “deluso da De Gregori”, mentre Elisa sostiene che l’artista abbia il dovere morale di esprimere pubblicamente “da che parte sta”. Andrea Scanzi si spinge a svelare ciò che De Gregori non ha detto: e cioé che non si schiera perché sta con Israele. Scanzi afferma di non apprezzare l’ignavia, men che meno nei cantautori. Al di là di questo vociare abbastanza alticcio, la questione è culturalmente profonda e affascinante: un artista deve schierarsi? E’ un tema toccato già negli anni Sessanta da Tenco, in una canzone intitolata “Ballata dell’arte”.

Per alcuni la risposta è sì. La visibilità pubblica comporta una responsabilità. Chi dispone di milioni di ascoltatori, lettori o spettatori possiede uno strumento di influenza che non può essere ignorato. In questa prospettiva, restare in silenzio di fronte a eventi considerati cruciali equivale quasi a una scelta politica. Non prendere posizione diventa esso stesso una posizione. Altri, invece, ritengono che l’opera artistica costituisca già una forma di intervento nel mondo. Una canzone, un romanzo, un film possono raccontare ingiustizie, conflitti e contraddizioni senza trasformarsi in un manifesto sull’attualità. È la posizione che molti hanno riconosciuto nelle parole di De Gregori, artista da sempre schivo verso il ruolo di cantautore-guida e poco incline a impartire lezioni al pubblico.

Enrico Ruggeri e la Palestina: spesso l’artista si schiera per opportunismo

A insaporire il quadro è intervenuto Enrico Ruggeri, che ha spostato la discussione su un altro terreno. Secondo il cantautore milanese il problema non è tanto se un artista debba schierarsi, ma quale prezzo sia disposto a pagare per farlo. Ruggeri ha ricordato le polemiche nate dalle sue posizioni durante la pandemia e ha sostenuto che il vero schieramento è quello che comporta un rischio personale o professionale, e non quello “comodo” che segue il sentimento prevalente del momento. Una riflessione che introduce un elemento ulteriore: il confine tra coraggio civile e adesione a un orientamento già ampiamente condiviso. «Parlare della Palestina adesso è un gol a porta vuota» si ascolta nel suo intervento. Davvero dissacranti le parole di Ruggeri, quando spiega che molti artisti alzano il vessillo della Palestina per ottenere un rilancio mediatico o per favorire le prevendite di un tour in partenza.

ASCOLTA LE PAROLE DI ENRICO RUGGERI:

Oggi viviamo in un contesto in cui gli artisti non sono più chiamati soltanto a produrre opere. I social network hanno trasformato cantanti, attori e scrittori in presenze costanti nel dibattito pubblico. Ogni intervista, ogni post e perfino ogni silenzio vengono interpretati come segnali politici. L’attenzione si sposta così dall’opera all’autore, dalla canzone alla persona, dal contenuto artistico alle posizioni assunte dall’autore sui temi di attualità.

La storia della cultura italiana racconta modelli molto diversi tra loro. Ci sono stati artisti che hanno fatto della presa di posizione pubblica una parte integrante del proprio percorso e altri che hanno preferito affidare tutto alle loro opere. Entrambe le scelte hanno prodotto lavori capaci di lasciare un segno profondo nella società. Alcuni scelgono la dichiarazione pubblica, altri il racconto, altri ancora il silenzio. Il rischio è che, nel pretendere una risposta immediata su ogni tema, si finisca per chiedere agli artisti non tanto di creare opere, quanto di confermare le convinzioni di chi li ascolta. Perché – riportiamo ancora le parole di Ruggeri – «spesso uno deve schierarsi dicendo ciò che l’ascoltatore vuole sentirsi dire».

Curiosamente, De Gregori aveva citato Springsteen e il suo attivismo contro Trump. Eppure gran parte delle reazioni si è concentrata su Gaza, tema che nell’intervista non era stato affrontato.