È di ieri l’allarme lanciato dall’Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilitistica, sul taglio contenuto nella legge di Bilancio del governo Meloni al fondo per l’Automotive. 4,6 miliardi di euro, pari ad una decurtazione dell’80%, di risorse che servirebbero per la transizione ecologica del settore e che verrebbero dirottati (anche se non direttamente) verso la Difesa, per un settore che è in forte crisi, non solo in Italia.
Una manovra che ha destato la preoccupazione unanime di industriali e sindacati e che assomiglia ad una scelta compiuta dall’esecutivo di cambiare asset nell’industria del nostro Paese.
Legge di Bilancio, il taglio dei fondi per la transizione ecologica del settore Automotive
Il settore dell’Automotive è in crisi in tutta Europa. Il caso più emblematico è quello di Volkswagen, che per la prima volta nella sua storia ha manifestato la volontà di chiudere tre stabilimenti in Germania.
In Italia poche settimane fa era stata la Stellantis (ex Fiat), in difficoltà per un brusco calo delle vendite di auto, a lanciare un sos, in particolare chiedendo nuovi incentivi statali e sussidi per aumentare le vendite, in particolare di auto elettriche. Oltre alle richieste, la società ha accompagnato il suo messaggio con un nemmeno troppo velato ricatto circa il destino degli stabilimenti di produzione italiani.
A testimoniare una volta di più il problema è la decisione della Commissione europea, che ieri ha comunicato la decisione di imporre in via definitiva i dazi aggiuntivi fino al 35,3% sulle importazioni delle auto elettriche cinesi in risposta ai maxi sussidi sleali elargiti da Pechino. I dazi entreranno in vigore a partire dal 31 ottobre, ma Bruxelles si riserva comunque la possibilità di trovare un compromesso con Pechino nelle prossime settimane.
È in questa cornice che è arrivata la denuncia di Anfia, poi ripresa dai sindacati, sul taglio del fondo all’Automotive che il governo Meloni starebbe operando nella legge di Bilancio.
Si parla di 4,6 milardi di euro di tagli in sei anni, di cui 562 milioni nel solo 2025, al fondo destinato al sostegno dell’automotive e alla riconversione di una filiera che conta oltre 270.000 addetti diretti. Una decurtazione dell’80%, dal momento che il fondo ammontava a 5,8 miliardi.
Risorse che, secondo le tabelle della legge di Bilancio, verranno dirottate verso il settore della Difesa, con un aumento dei fondi pari a 2,5 miliardi di euro all’anno.
«La decisione di tagliare un fondo che serve per gestire un rilancio di un settore strategico è incomprensibile e molto grave – afferma ai nostri microfoni Maurizio Oreggia, referente dell’Automotive per la Fiom nazionale – È esattamente l’opposto di ciò di cui c’è bisogno».
Il settore in Italia impiega circa 280mila addetti, molti dei quali stanno esaurendo i termini degli ammortizzatori sociali. Il taglio al fondo colpisce anzitutto loro, oltre ad ostacolare la transizione verde del settore. Oreggia sottolinea che nell’incontro dello scorso agosto, il governo aveva fatto promesse ben diverse, che a questo punto vengono smentite.
Le cause della crisi dell’Automotive sono da ricercare in diversi fattori. «Da un lato c’è il tema di gap competitivo con Paesi come la Cina, che riescono a produrre delle auto elettriche a dei costi accessibili – spiega il sindacalista – ma c’è anche un tema di iperprofitto delle aziende del settore. Si possono produrre anche delle auto mass market accessibili ai lavoratori, ma bisogna rivedere quelle logiche orientate sempre al massimo profitto».
Non è un caso, infatti, che anche nelle situazioni di crisi vissute in questi anni, le grandi case automobilistiche hanno registrato grandi utili e distribuito cospicui dividendi. Inoltre oggi assistiamo a tagli dal punto di vista dei costi perché, sottolinea Oreggia, «c’è anche una logica di finanziarizzazione nel settore».
ASCOLTA L’INTERVISTA A MAURIZIO OREGGIA:
L’aumento dei fondi alle armi, con un nuovo record di spesa militare: l’Italia cambia industria?
Mentre il fondo dell’Automotive viene svuotato, a essere rimpinguate sono le casse della Difesa, con un aumento di spesa militare che supera un nuovo record. Sono 32 i miliardi di euro previsti nel 2025 per le spese militari, tra fondi assegnati direttamente alla Difesa e quelle provenienti dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Di questi, ben 13 miliardi saranno destinati alle armi e ai sistemi d’arma, sia per l’acquisto che per il sostegno all’industria del settore.
Sono i dati estrapolati dalle tabelle della legge di Bilancio ed elaborati da Milex, l’osservatorio sulle spese militari.
«Solo negli ultimi 5 anni le spese militari sono aumentate di 6,7 miliardi – osserva ai nostri microfoni Francesco Vignarca dell’Osservatorio Milex – Nello stesso periodo la spesa specifica per gli armamenti è aumentata del 76%».
Risorse che vengono sottratte ad altri settori, non solo quello dell’Automotive. «In Italia abbiamo 4 milioni di persone che non si curano perché non hanno i soldi, ci sono 5 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà», sottolinea Vignarca. Inoltre, il riarmo dei Paesi non contribuisce affatto alla distensione o alla risoluzione dei conflitti in corso, anzi le esacerba.
Il dato politico, però, è che il disinvestimento di finanziamenti per l’industria civile, in questo caso per la transizione verde dell’Automotive, e il finanziamento dell’industria militare a livello strutturale sembra proprio una scelta politica operata dal governo per cambiare il settore dell’industria italiana.
ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO VIGNARCA:







