Riprende oggi alla Camera l’esame del disegno di legge sull’antisemitismo, già approvato dal Senato a marzo. L’inizio delle votazioni sugli emendamenti in Commissione Affari Costituzionali è accompagnato da un’imponente mobilitazione nazionale: oltre 250 associazioni, tra cui Amnesty International, Cgil, Arci, Anpi, Fnsi e realtà come il Laboratorio ebraico Antirazzista, hanno promosso presidi davanti a Montecitorio e in altre 40 piazze italiane.
Le organizzazioni promotrici denunciano una vera e propria «norma-bavaglio». L’accusa principale è che il testo equipari la critica alle politiche del governo di Israele all’antisemitismo, reprimendo la libertà di espressione, di informazione e il diritto di denunciare le violazioni dei diritti umani nei confronti del popolo palestinese. Forti perplessità giungono anche dall’Aned e da Francesca Albanese, la quale parla di un provvedimento dal forte rischio di incostituzionalità.

Sotto il profilo politico, il provvedimento riaccende le tensioni nell’opposizione. Se M5S e Avs hanno confermato il proprio «no» e la partecipazione alle proteste di piazza, il Partito Democratico non ha aderito alle manifestazioni e si presenta fortemente spaccato. La segretaria Elly Schlein deve mediare tra la corrente contraria al provvedimento e l’ala riformista, favorevole a una convergenza sul testo.
In Commissione, tuttavia, le forze giallorosse cercano un fronte comune presentando emendamenti unitari, volti a tutelare il diritto di critica verso il governo israeliano e ad adottare definizioni di antisemitismo meno controverse, come quella della Dichiarazione di Gerusalemme. L’approdo del testo in Aula è atteso entro la fine di settembre.

Ddl Antisemitismo, la mossa di destra e riformisti del Pd sulla definizione problematica di Ihra

Il cosiddetto Ddl Antisemitismo, che in realtà in Parlamento si chiama “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo”, è nato dall’unificazione di sette distinte proposte parlamentari sostenute sia dalla maggioranza che da esponenti riformisti dell’opposizione.
Il testo già approvato al Senato e che ora passa ora all’esame della Camera, stabilisce l’impegno della Repubblica a ripudiare e contrastare ogni forma di antisemitismo in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, recependo ufficialmente nel quadro normativo italiano la definizione operativa adottata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).

Sebbene il provvedimento garantisca formalmente la libertà di critica politica e di espressione, l’adozione dei criteri Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) ha sollevato forti perplessità tra storici, intellettuali e organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International.
Il timore principale riguarda il rischio che il testo possa limitare la libertà di dibattito sul conflitto israelo-palestinese, sovrapponendo la lotta alla discriminazione religiosa alla sovrappressione della critica verso le politiche del governo di Israele.
Ai nostri microfoni lo storico Eric Gobetti ha definito la norma «un capovolgimento della realtà», ritenendo pericolosa qualsiasi legge che limiti la libertà di opinione e la critica ai governi. Non solo: per lo storico il ddl ha veri e propri caratteri orwelliani.

ASCOLTA LE PAROLE DI ERIC GOBETTI:

Per distinguere l’antisemitismo dalla legittima critica politica al sionismo, a livello internazionale è stata elaborata nel 2021 la Dichiarazione di Gerusalemme (JDA), oggi richiamata da più parti come modello alternativo.
La definizione alternativa e molto meno problematica per la libertà di espressione e di critica è stata adottata dall’Ordine dei Giornalisti attraverso una mozione approvata lo scorso 31 marzo. Si tratta di un correttivo fondamentale alla precedente adozione da parte dell’Ordine della dichiarazione dell’Ihra, che ha evidenziato rischi e problemi per la professione giornalistica stessa.

Ai nostri microfoni il giornalista Matteo Pucciarelli, consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, ha spiegato che il problema della dichiarazione dell’Ihra sta soprattutto in 7 degli 11 esempi allegati, che riguardano proprio critiche allo Stato di Israele. L’equiparazione tra ebrei ed Israele non solo è sbagliata, ma falsa. A dimostrarlo sono, ad esempio, le stesse comunità ebraiche negli Stati Uniti, il secondo Paese per presenza ebraica, che criticano fortemente le politiche di Tel Aviv.
Oltre allo zittire le critiche ad Israele, inoltre, per il giornalista la dichiarazione dell’Ihra su cui è basato il ddl italiano è un boomerang per la lotta stessa all’antisemitismo, facendo passare gli ebrei come una categoria privilegiata e rafforzando quindi gli stereotipi razziali.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MATTEO PUCCIARELLI:

Per comprendere meglio i termini della questione è importante anche capire anche la genesi della proposta legislativa. Chi ne ha seguito la nascita, infatti, constata che l’input ad una adozione generalizzata della definizione Ihra è stata fomentata dal governo di estrema destra israeliano. In particolare, quest’ultimo ha spesso fatto leva sul senso di colpa europeo per lo sterminio degli ebrei da parte del nazifascismo, ma con l’obiettivo di azzerare le critiche alle condotte attuali del governo israeliano stesso.
L’Italia, da questo punto di vista, non è il primo Paese in cui si è sviluppata questa discussione. La definizione Ihra è stata già adottata in diversi contesti del Vecchio Continente e i risultati sono stati critici anche, ad esempio, per la libertà di ricerca e insegnamento.

A far luce sui rischi concreti è un rapporto pubblicato nel 2023 dall’associazione britannica BRISMES, intitolato “Academic Freedom and Freedom of Speech in UK Higher Education“, che documenta l’impatto del provvedimento nelle università del Regno Unito.
Il documento raccoglie 40 casi specifici registrati in 14 atenei britannici, in cui studenti, ricercatori e docenti sono stati accusati di antisemitismo sulla base dei criteri IHRA. Sebbene in tutti i casi le contestazioni si siano rivelate infondate e siano state infine respinte, le conseguenze sull’ambiente accademico sono state pesanti: eventi pubblici cancellati, prolungati procedimenti disciplinari, danni reputazionali e forti pressioni psicologiche sui soggetti coinvolti.

La conseguenza principale, evidenzia il report, è l’innesco di un clima di autocensura, che spinge studiosi e studenti a evitare dibattiti sui diritti umani o sull’autodeterminazione del popolo palestinese per timore di sanzioni o vertenze legali.
Nicola Perugini, docente all’Università di Edimburgo e tra i curatori dell’indagine, denuncia come in Gran Bretagna l’adozione della definizione sia avvenuta sotto la minaccia del governo di tagli ai finanziamenti. Nonostante la contrarietà di numerosi intellettuali — e di uno degli stessi estensori della bozza Ihra, che ha messo in guardia contro l’utilizzo della definizione in campo accademico — la politica ha proseguito nell’applicazione della norma, ignorando i moniti degli esperti.

ASCOLTA L’INTERVISTA A NICOLA PERUGINI:

A rendere ancora più inquietante il quadro va considerato anche il contesto in cui si sviluppa la discussione attorno al ddl italiano. La repressione poliziesca, politica e giudiziaria nei confronti di attivisti solidali con la Palestina ha mostrato sovente il lato feroce. Diverse organizzazioni nonviolente di solidarietà con il popolo palestinese sono state messe al bando. Alcune procure, anche in Italia, hanno aperto inchieste, spesso smontate in tribunale, che operavano una sostanziale equiparazione tra la solidarietà con i palestinesi e il sostegno a forme di terrorismo, gli arresti, le multe e altre misure repressive seguite a manifestazioni e scioperi non si contano più.