Sembra perdere un ulteriore pezzo l‘inchiesta “Domino” della Procura di Genova, che lo scorso 27 dicembre aveva portato all’arresto di nove persone in diversi luoghi d’Italia, accusate di finanziare Hamas attraverso le raccolte fondi solidali con la Palestina.
Dopo la scarcerazione dei primi cinque arrestati, avvenuta il 19 gennaio scorso, ieri la Cassazione ha annullato l’ordinanza di arresto anche per gli altri cinque, in particolare il volto più noto, Mohammad Hannoun, insieme all’imam bolognese Ryad Albustanji e a Ra’ed Dawoud e Yaser Elasaly.

L’inchiesta “Domino” e il colpo alla tesi dei finanziamenti ad Hamas

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per i quattro indagati ancora in stato di detenzione all’interno dell’inchiesta “Domino” della Procura di Genova. La corte ha disposto una nuova valutazione entro 10 giorni da parte del Tribunale del Riesame, che però dovrà tenere conto delle indicazioni della Cassazione. Sempre secondo la difesa, la Suprema Corte non avrebbe condiviso le motivazioni del Tribunale del Riesame di Genova, dichiarando inoltre inammissibili i ricorsi presentati dalla Procura ligure.
La decisione accoglie le tesi difensive sostenute, tra gli altri, dagli avvocati Marina Prosperi e Fausto Gianelli.

Al centro della pronuncia, secondo quanto riferito dai legali, vi è la questione dell’utilizzabilità delle prove. In particolare, la Cassazione avrebbe escluso la piena validità dei documenti forniti dall’intelligence israeliana, i cosiddetti “file Avi”, ritenuti privi delle necessarie garanzie processuali e già definiti in precedenza come anonimi.
I difensori hanno insistito sull’inutilizzabilità delle informazioni provenienti dall’intelligence israeliana, poiché raccolte da militari in contesti in cui Israele stava commettendo crimini di guerra e consegnate in forma anonima da un funzionario dell’intelligence israeliana di cui non si sa il nome né uno pseudonimo, quindi impossibile da controinterrogare dalla difesa.

Gli avvocati hanno inoltre ribadito la natura legittima delle attività di solidarietà a favore della popolazione di Gaza, contestando la ricostruzione accusatoria fondata, a loro avviso, su fonti unilaterali.
Nel dibattito è stata richiamata anche la perizia della studiosa Paola Caridi, già ritenuta inutilizzabile dal Riesame di Genova, e definita dalle difese un elemento rilevante per l’analisi del contesto politico e sociale palestinese.

Ai nostri microfoni l’avvocato Gianelli afferma che non solo l’inchiesta della Procura di Genova, che ora viene smontata pezzo dopo pezzo, sembra aver risentito del clima mediatico e politico attorno alla Palestina e al genocidio a Gaza, che ha visto i governi occidentali silenti e complici con Israele, ma che «abbia contribuito a cercare di creare un nuovo clima: nel momento in cui l’Italia e il mondo hanno preso coscienza di ciò che stava avvenendo in Palestina e del genocidio che stavano subendo i palestinesi, c’è stata la volontà di cercare un cambio di passo. Sicuramente da Israele, che ha mandato questi documenti secretati, ma anche da parte del governo, ad esempio con il ddl Antisemitismo».
In altre parole, tutto rientrerebbe in una nuova strategia per colpire il movimento di solidarietà con la Palestina, impedendo le critiche a Israele e mettendo alla sbarra chi cercava di fare solidarietà attiva.

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