Ha un sapore esotico la foto che ritrae la premier italiana Giorgia Meloni seduta a gambe incrociate, su un materasso contornato da decorazioni e tappeti arabi, al fianco del principe saudita Moḥammad bin Salman nella visita istituzionale a Al-Ula, in Arabia Saudita.
Ma oltre all’immagine buona per l’album dei ricordi, c’è un risultato concreto che la visita ha prodotto: la sigla di un accordo per un nuovo partenariato strategico tra Italia ed Arabia Saudita. Tradotto: subito 10 miliardi di dollari in accordi commerciali che finiranno nelle tasche di Leonardo, Fincantieri, Pirelli.
L’accordo tra Italia e Arabia Saudita ha al centro il tema delle armi
Non è infatti un caso che, insieme a Giorgia Meloni, in Arabia Saudita siano volati anche gli amministratori delegati di Leonardo, Roberto Cingolani, di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, e di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, che ufficialmente hanno partecipato alla tavola rotonda dedicata all’imprenditoria dei due Paesi.
Tra le materie contenute nell’accordo figurano lo sviluppo dell’idrogeno verde, la trasformazione digitale, gli scambi culturali, la difesa e l’innovazione tecnologica. Ma il vero centro del partenariato è quello delle armi, per cui il governo Meloni ha già rimosso dei vincoli posti da chi l’ha preceduta, in particolare sull’invio di bombe utilizzate sui civili nella guerra in Yemen.
L’incontro bilaterale ha anche posto le basi anche per l’ingresso dell’Arabia Saudita nel Global Combat Air Programme (Gcap) che vede Italia, Inghilterra e Giappone impegnate nella costruzione di un caccia di sesta generazione.
«Questa prospettiva sarebbe preoccupante – sottolinea ai nostri microfoni Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo – perché, oltre a fornire armi all’Arabia Saudita, le si fornerebbe anche il know-how, quindi la possibilità di rendersi autonoma nella produzione e decidere lei a chi rivendere. Cose che sono già accadute, ad esempio con la Turchia, che ora fabbrica in autonomia tutti gli elicotteri militari che vuole».
Questo accordo, inoltre, si inserisce in un contesto già incandescente come il Medio Oriente. «L’Arabia Saudita da un lato è un Paese che viola i diritti umani, è un’autocrazia, quindi non dovremmo rafforzare questo tipo di governo – osserva Vignarca – Poi sappiamo bene quanto sia un attore cruciale nel contesto del conflitto in Medio Oriente. Si era avvicinato a Israele, ma dopo il 7 ottobre 2023 si è un po’ allontanato, c’è il conflitto con l’Iran. Inoltre la sua ricchezza deriva dallo sfruttamento degli idrocarburi che, considerata la crisi climatica, sono alla base della problematicità che tutto il mondo sta vivendo».
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