E forse non è più nemmeno un Paese disposto ad ascoltarli. Ogni fatto di cronaca diventa l’occasione per un nuovo decreto sicurezza: più controlli, più regole, più sanzioni. Punire al posto di capire. E nel mirino finiscono sempre gli stessi: i migranti. E i ragazzi.
Ma davvero pensiamo che il disagio si governi solo con nuovi strumenti di polizia? Che si possa “educare” attraverso la paura? Stiamo davvero proteggendo la società… o stiamo proteggendo noi adulti dal senso di smarrimento che proviamo davanti ai nostri figli? Il disagio giovanile di oggi non è quello di vent’anni fa, sono cambiate le fragilità, sono cambiate le solitudini, sono cambiate le forme del conflitto. Di conseguenza, dobbiamo ridefinire senza altri ritardi o comodi camuffamenti, il ruolo che deve avere oggi, l’intero sistema educativo (scuola, privato sociale, comuni, associazioni).
Come rimettere al centro il valore della prevenzione in un clima culturale che tende unicamente a criminalizzare o a patologizzare l’adolescenza? Il disagio giovanile non si affronta con un codice penale. Si affronta con presìdi territoriali educativi permanenti, scuole presenti, territori vivi, educatori riconosciuti, comunità che non arretrano. Solo così sarà possibile ridare autorevolezza al mondo adulto. Perché il punto non è cosa stanno diventando i giovani. Il punto è cosa stiamo diventando noi.
Di questo e altro, abbiamo parlato in studio con Alessandro Tolomelli, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bologna; con Cinzia Lenzi, per anni impegnata nei servizi di prevenzione al disagio giovanile nell’area Lavino–Val Samoggia; e con Michele Arena, educatore e scrittore, articolista del “Domani”, autore del «Manifesto per una scuola anticlassista». Di seguito, due articoli dei nostri ospiti sul tema e il link della trasmissione.







