Prosegue il progetto Matria coinvolgendo tutta la città di Bologna. Mentre i manifesti del collettivo Cheap invadono strade cittadine facendo dell’arte pubblica un luogo di lotta sul tema della maternità, al Teatro San Leonardo è andata in scena Ermanna Montanari con uno spettacolo concerto prodotto dal Teatro delle Albe in collaborazione con AngelicA, sul poemetto sbilenco di Marco Martinelli “Madre”

Camminando per le strade del centro cittadino dal 1 ottobre si possono incontrare i manifesti del progetto di arte pubblica di CHEAP “Her name is Revolution“. Via Dell’Abbadia, Strada Maggiore, San Vitale, D’Azeglio, sono alcuni dei luoghi in cui potete incappare nell’installazione ideata per il progetto MATRIA che indaga gli immaginari della maternità contemporanea, in collaborazione con la giovane artista Rebecca Momoli con scatti che suggeriscono ai e alle passanti che il corpo delle donne possa partorire idee, relazioni, rivoluzioni, e non solo figli e figlie. Il claim della campagna è scritto, quasi tatuato, sul corpo di una donna in cinta. Essere madri e quindi generare qualche cosa o qualcuno/a viene ad essere proposto come un’azione rivoluzionaria. Quando il corpo femminile genera arte, l’arte prodotta da ciascuna LEI assurge a un capovolgimento di tradizioni millenarie, stravolge consuetudini ponendosi per l’appunto come una rivoluzione. Ogni volta che una LEI firma un’opera d’arte la rivoluzione si compie e porta il suo nome. Altre frasi campeggiano nei manifesti disseminati in città come “Dove la patria esclude la Matria accoglieeNessuna Patria Unica Matria” tratti da frasi dello spettacolo di Lola Arias in scena all’Arena del SoleLingua Madre” e ancora “No man’s land” che ribadisce che il corpo delle donne non deve più essere il campo di conquista degli uomini ma terreno sul quale solo la donna ha diritto di parola e di scelta come affermano anche altri manifesti “My Body My Choice” solo per citarne alcuni. Mentre si raggiungono i teatri cittadini in cui stanno andando in scena gli spettacoli del progetto MATRIA, si rimane colpiti da quei corpi di donna e da quelle scritte perché, per una volta, la nudità femminile non reclamizza prodotti, non sono infatti corpi acefali in vendita, sono corpi che partoriscono pensiero, che affermano l’autodeterminazione su loro stessi e agiscono in senso trasformativo sulla realtà.

Ecco che si entra in teatro con la mente già messa in moto dalla visione dei manifesti d’arte pubblica di CHEAP attorno alle tematiche legate alla maternità, al generare e creare, quindi si aggiungono emozioni ad altre emozioni quando le luci in sala si spengono per l’ingresso in scena degli e delle artiste. In via San Vitale, al Teatro San Leonardo, fino all’11 ottobre va in scena Madre, dal “poemetto sbilenco” di Marco Montanari, con l’attrice Ermanna Montanari, il disegnatore Stefano Ricci e il contrabbassista Daniele Roccato. Lo spettacolo è una partitura musicale fatta di voce parlata amplificata e basse ed avvolgenti sonorità del contrabbasso impastata poi con il gesso bianco dei disegni di Stefano Ricci. I primi 10 minuti anche la voce di Montanari non proferisce parole dotate di senso o comunque i mormorii sono troppo sottili, flebili, gutturali, per sovrastare il discorso sonoro del contrabbasso. Un pre linguaggio forse, una gestazione linguistica che precede il discorso di un figlio e quello di una madre, due voci a confronto ed una voragine che li divide. Una volta entrati nello spirito di Matria, è ben chiaro a ogni spettatrice e spettatore che esistono tanti modi di essere madri e quindi anche di essere figli e figlie e di rapporti tra le madri e le autonome soggettività da esse generate. Nessuna madre possiede i corpi di chi ha messo al mondo, nè può controllare i sentimenti che i propri figli e figlie provano nei suoi confronti. Una madre cade in un pozzo, l’aspettativa della donna caduta può essere quella di essere salvata dal proprio figlio come dovere, di essere ricambiata per il regalo della vita ricevuta. L’aiuto filiale può necessitare della mediazione della tecnologia: servono strumenti, argani per far risalire dal pozzo la madre caduta.

Come sia caduta la madre nel pozzo non è dato saperlo, ogni ipotesi è aperta, finanche che non sia stata una disattenzione di lei, ma una intenzionale o inintenzionale spinta del figlio a farla precipitare. Quel figlio tanto distratto da camminare nell’orto sopra le sue delicate calle. Le voci si alternano, entrambe interpretate dall’attrice a leggio. Siamo in un paesaggio di campagna, ritratto con i gessetti da Ricci che, in pochi tratti, ci fa visualizzare un viale alberato, come tanti nell’entroterra romagnolo. Che siamo in Romagna ce lo chiarisce la lingua parlata, metà italiano metà dialetto romagnolo. La donna è ritratta spaventata e sola nella campagna, la voce spiega che si trova in fondo a un pozzo. Quando la donna prende parola la sua voce è calma, la musica si placa, non c’è più ansia né volumi forti, tutto è sfumato e delicato. La madre è calma e niente affatto impaurita. La scena è dominata da uno specchio, più volte nominato nella partitura vocale, la donna è come alice dietro lo specchio, in un mondo altro, in fondo ad un tunnel che la separa dalla voce del figlio. Il figlio è ritratto in uno spicchio di luna, come la metà di una luna forse inconoscibile e lontana. Intanto risuonano le parole argano, tecnologia, carrucola, strumenti che più che un aiuto, sembrano essere strumenti di distruzione, una minaccia per l’equilibrio della realtà esistente.

Un poemetto definito sbilenco dal suo autore, forse metaforico, forse una favola che ci parla della madre natura ammalata per colpa del distruttivo uso della tecnologia, o forse parla di mondi lontani come lo sono generazioni diverse che paiono in comunicazione, ma forse sono inconoscibili l’una per l’altra. I due soggetti sono stati un tempo uno dentro l’altro con il figlio in una cavità, uno spazio circolare come quello in cui disegna col gesso Stefano Ricci, ma ora sono lontani: uno in alto e l’altro nella profondità della terra. Ora la madre è in fondo a un tubo, un pozzo, se un tempo lui è stato avvolto dal liquido amniotico ora è lei ad essere immersa nell’acqua. Il pensiero della madre va più volte ai suoi fiori, alle sue calle, oggetto di cura, qualcosa di vivo che si cresce come si cresce un figlio. Il figlio, calpestando distrattamente nell’orto i fiori della madre, ostenta disprezzo per le cure materne forse come segno d’indipendenza o come indifferente irriconoscènza.

Madre è uno spettacolo cupo, immerso nell’oscurità sia per la poca luce sulla scena, sia per la cripticità del testo. Come concerto, partitura di voce e contrabbasso, è intenso e piacevole. Nonostante la staticità della situazione scenica, visto che l’attrice è a leggio, il musicista ovviamente seduto e il disegnatore è chino sul pavimento a dar vita ai suoi disegni inquadrati da una videocamera e proiettati sul fondale, c’è tuttavia movimento nel gesto artistico del segno grafico e nella dinamica strumentale e vocale. E’ un’esplorazione di distanze e abissi: si indagano le profondità dei gravi del contrabbasso e le possibilità di pieno e di vuoto dei volumi e dei suoni inarticolati della voce. Si indagano possibilità di rapporto attraverso i suoni e spazi altri abitabili rispetto alla superficie terrestre, raggiungibili seguendo i vortici disegnati dal gesso su un piano, quindi senza reale profondità, attraverso caduta o elevazione a spirale ad altre dimensioni.

Il teatro delle Albe si riconferma all’avanguardia della sperimentazione teatrale e della contaminazione tra linguaggi. Giustamente ospite di un festival come AngelicA e frutto della collaborazione con il Centro di Ricerca Musicale e DAMSLab e con L’Università di Bologna, lo spettacolo si colloca perfettamente nel progetto cittadino Matria aggiungendo un tassello alle ipotesi di indagine degli immaginari della maternità rifuggendo dal realismo descrittivo creando suggestioni musicali e grafiche sul tema della relazione madre e figli e aprendo a domande e scenari futuri senza giudizi sull’esistente.

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