Ieri il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche al regolamento Ue sulle procedure di asilo, introducendo un elenco comune dei Paesi di origine sicuri e rafforzando il concetto di “Paese terzo sicuro”. L’obiettivo dichiarato è rendere più rapide le valutazioni delle domande di protezione internazionale presentate dai migranti che arrivano negli Stati membri, compresa l’Italia.
In realtà, le modifiche di ieri si inseriscono in un quadro più ampio, cioè la riforma del diritto d’asilo in Europa che entrerà in vigore da giugno e che, di fatto, viene progressivamente distrutto. «Il diritto d’asilo in Europa è fortemente compromesso nella misura in cui vengono limitate sistematicamente delle libertà fondamentali per il solo fatto di essere richiedenti asilo», osserva ai nostri microfoni Giulia Crescini dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione.

Diritto d’asilo: le modifiche dell’Ue che lo smantellano

Una delle misure approvate in via definitiva ieri riguarda un nuovo elenco europeo di Paesi considerati sicuri. In particolare, nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Anche i Paesi candidati all’adesione all’Unione europea, come l’Albania, saranno considerati sicuri.
Quando in Italia venne approvato un analogo decreto, le critiche riguardavano il fatto che non può essere la politica a stabilire quali sono i Paesi considerati sicuri e quali non lo sono. Nell’elenco italiano, infatti, figuravano anche Paesi come l’Egitto, dove la violazione dei diritti umani e la repressione del dissenso sono ampiamente documentati.

Ma a cosa serve un elenco dei Paesi sicuri? In poche parole, al disimpegno dell’Europa nei confronti dei richiedenti asilo che provengono da quei Paesi.
Da un lato, infatti, «le modifiche vanno ad accentuare delle procedure accelerate per il riconoscimento della protezione internazionale che limitano fortemente i diritti dei cittadini stranieri – spiega Crescini – Nello specifico, da giugno gli Stati europei avranno la possibilità di dichiarare inammissibile una domanda di asilo se il cittadino straniero avrebbe potuto presentarla in un altro Paese». E se prima alla base del diniego c’era il requisito del transito del richiedente in uno Paese sicuro, con le modifiche ora non ci sarà nemmeno più questo caso. «Ora sarà sufficiente che l’Ue abbia sottoscritto degli accordi con un qualsiasi Paese terzo – puntualizza l’esponente di Asgi – Quindi un cittadino nigerino che arriva in Europa potrebbe essere mandato in Colombia se l’Ue ha stipulato un accordo con quel Paese».

Le mosse europee sembrano pensate per risolvere un problema di lungo corso, cioè la difficoltà di rimpatriare i migranti nei propri Paesi d’origine. Con le modifiche potrebbe essere meno difficile mandare le persone in Paesi terzi, che si prenderebbero una piccola quota di cittadini stranieri, ma «arriverebbero a destabilizzare completamente il sistema democratico dell’Ue», sottolinea Crescini, secondo cui è in atto non semplicemente una gestione diversa del fenomeno migratorio, ma uno scombussolamento dei valori fondanti della nostra società.

Il disegno europeo sul diritto d’asilo va addirittura oltre il “modello Albania” adottato dal governo di Giorgia Meloni, già al centro di dure critiche e del contenzioso giuridico.
In particolare, se i centri realizzati dall’Italia in Albania rispondevano comunque alla giurisdizione italiana, con la riforma del diritto d’asilo le persone straniere potrebbero essere mandate in un Paese terzo in cui però non sarebbero in vigore le regole europee ma quelle interne.
L’allungamento della lista dei Paesi sicuri, inoltre, «è un segnale che la Commissione europea vuole dare perché nel momento in cui il cittadino straniero proviene da quei Paesi d’origine, viene sottoposto ad una procedura di valutazione del diritto d’asilo particolarmente veloce proprio per evitare che quel cittadino possa superare quella presunzione di sicurezza».

Più in generale, la riforma del diritto d’asilo che entrerà in vigore a giugno è particolarmente problematica non solo per la riduzione dei diritti e delle garanzie per le persone che chiedono protezione internazionale. Le norme che vengono introdotte, in particolare, vanno a confliggere anche con principi costituzionali che riguardano la libertà personale e la possibilità che venga limitata che ora riguardano solo le persone straniere, ma che si cerca già di estendere anche ai cittadini comunitari, come testimonia la discussione sul fermo preventivo contenuta nel nuovo Pacchetto Sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri italiano.

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