Angela Malfitano si interroga, come fan degli Stones e come attrice, sulle possibilità del teatro di competere con il rock’n roll attraverso una narrazione biografica centrata sulla figura di Keith Richards partendo dall’empatia suscitata in lei da un’intervista in cui il musicista raccontava il suo rapporto con nonno Gas.

Malfitano non è sola sul palco per questo spettacolo biorock, con lei due giovani: l’ attore Francesco Tozzi e il chitarrista Antonio Michelangelo Del Gaudio. Il racconto è portato avanti a due voci in maniera molto libera, sempre in prima persona, passando, senza elementi dichiaranti, dall’interpretare Keith piuttosto che il grande compagno di lavoro Mick, o altri personaggi coinvolti nella storia.

Il racconto parte dalle canzoni blues che la madre di Keith Richards ascoltava alla radio, strumento di cui aveva l’assoluto  controllo in casa, segnando indelebilmente il gusto musicale del figlio. 

Con un balzo in avanti ci ritroviamo nel 1975 nel bagno di una cittadina dell’Arkansas in cui gli Stones, in tour in America, si trovano a raccogliere da terra decine di pasticche di droga per evitare un arresto mentre vengono braccati dalla polizia americana che vede in loro una minaccia all’ordine costituito.

Torniamo a Londra nel ’43, sotto i raid tedeschi mentre Kaith nasce, ed ecco il racconto toccante dell’amore riversato sul nipote  da parte di nonno Gus, pasticcere e violinista da ballo, che cerca di far venire al piccolo la voglia di cimentarsi nello studio della chitarra.

Il sodalizio con Mick Jagger e il primo concerto nel ’62, poi la prima composizione originale, fino al grande successo mondiale con Satisfaction nel ’65.

Si parla della dipendenza dalle droghe e dei ripetuti tentativi di disintossicazione, dei grandi amori del musicista e delle nascite dei suoi figli tra una tournée e l’altra, come della morte della piccola Tara nella culla mentre il padre era lontano, sempre in tour.

I due attori rievocano momenti di gioia e di estremo dolore della vita di Richards, in modo lieve, senza voler calcare la mano sulla sregolatezza della sua condotta, nè mitizzandolo, semplicemente raccontando frammenti di una vita fortunata certamente, ma soprattutto vissuta completamente, senza risparmio di energie,  di emozioni e non immune da incidenti di percorso, come nelle esistenze di tutti.

In scena pochi elementi: un divano rosso, un tavolino con alcolici, bicchieri e sigarette, due sedie e uno schermo sul quale vengono proiettati alcuni spezzoni di interviste o performance di Keith.

Malfitano riesce, attraverso la narrazione che ha tessuto, a dare l’idea del personaggio Keith Richards e a far intuire l’importanza che gli Stones, da inglesi, hanno avuto nel far conoscere agli americani del dopoguerra la musica dei neri d’america, il blues, che i bianchi non ascoltavano.

Lo spettacolo sembra indirizzato a un pubblico giovane curioso di comprendere chi siano quei “vecchietti” che oggi zompano ancora allegramente su grandi palcoscenici di tutto il mondo, osannati da migliaia di vecchi fan, dei quali non conoscono tutto il passato splendore.

Accanto a questa esigenza narrativa diretta ai giovani e anche ai meno giovani che hanno comunque  voglia di entrare nel mito di Keith Richards, si comprende come l’autrice ed attrice Malfitano trovi nelle biografie di grandi personaggi della musica (ha già portato in scena una biografia di Marianne Faithfull e di Patti Smith), un utile strumento per indagare il suo stesso essere artista e per individuare punti di contatto tra l’arte del teatro e il fare musica.

La performance in scena alle Moline fino al 6 maggio è ancora uno studio per un successivo spettacolo più definito e ampliato, tuttavia è un lavoro che offre al pubblico l’occasione per conoscere la vita di un artista di fama mondiale in forma drammatizzata, diversa dal consueto documentario, andando a scavare dietro la vetrina costituita dalle canzoni degli Stones, dietro il mito, per scorgere l’uomo musicista.

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