La bolognese Ilaria Riccardi ha 31 anni, è medica ed è partita insieme alla Global Sumud Flotilla con i “Doctors to Gaza”, un gruppo che sarebbe dovuto sbarcare e restare qualche settimana nella Striscia devastata da Israele per fornire supporto sanitario al personale palestinese.
Ieri è rientrata in Italia dopo aver scampato per una pura casualità l’arrembaggio e il rapimento toccato agli altri attivisti della flotilla. La sua barca, infatti, ha avuto un’avaria al motore poche ore prima che cominciasse l’assalto della marina israeliana.
La missione della Global Sumud Flotilla e la situazione sanitaria a Gaza
Ai nostri microfoni Riccardi ribadisce gli obiettivi della Global Sumud Flotilla, cioè portare aiuti umanitari a Gaza e romperere il blocco navale illegittimo di Israele e l’assedio ai palestinesi, ma descrive anche la situazione sanitaria nella Striscia.
«Gli ospedali sono proprio dei target dei bombardamenti – racconta – Più dell’80% degli ospedali è stato distrutto. Quelli ancora attivi funzionano in situazioni estremamente precarie, con un’enorme carenza di personale perché medici e infermieri sono proprio dei target. C’è una strategia di guerra che Israele sta mettendo in atto che ha lo scopo di impedire alla popolazione palestinese di potersi autosostenere. Bombardare gli ospedali, imprigionare, torturare e uccidere il personale sanitario è una delle azioni che Israele sta facendo».
Oltre ad ostacolare l’assistenza sanitaria palestinese, Israele ha fortemente limitato la possibilità per organizzazioni internazionali di operare all’interno di Gaza. «A 37 ong è stato impedito di prestare servizio nella Striscia – sottolinea Riccardi – Ci sono due associazioni palestinesi che ancora hanno l’autorizzazione per richiedere dei volontari, ma molto spesso all’ultimo momento Israele nega il visto. Quindi l’unico modo per prestare aiuto sanitario è imbarcandosi».
La questione ha anche un risvolto politico: «Noi non vogliamo essere autorizzati da Israele per andare in Palestina, vogliamo essere autorizzati dai palestinesi. Ed effettivamente il ministro della Salute palestinese ci stava aspettando», rimarca la medica.
Le ragioni della tenacia: mettere il privilegio al servizio della causa palestinese
Le due missioni che sono andate sotto il nome di Global Sumud Flotilla sono state fermate da Israele, così come le precedenti, sotto il nome di Freedom Flotilla. Quali sono le ragioni allora di tanta insistenza?
«Intanto non è vero che tutte le missioni sono state bloccate – ricostruisce Riccardi – Nel 2008 ci fu una missione che riuscì ad arrivare a Gaza, quella che portò Vittorio Arrigoni. A parte questo, ci piace sognare, ma soprattutto ci piace combattere le ingiustizie. Anche se non fossimo stati una missione umanitaria avremmo dovuto poter navigare liberamente in quella zona e il blocco navale di Israele è del tutto illegittimo».
L’attivista però riflette anche sull’efficacia dell’azione e sui rischi che centinaia di persone si sono assunti. «Eravamo consapevoli anche prima di partire di quello che sarebbe potuto succedere – sottolinea – Ma lo facciamo anche per essere testimoni di quello che succede anche lontano dalle telecamere, perché se il trattamento che è stato riservato agli attivisti della flotilla è quello, non immaginiamo pensare cosa succede tutti i giorni nelle carceri della Palestina occupata con gli ostaggi palestinesi».
Riccardi critica anche l’indignazione della premier Giorgia Meloni, ricordando che negli ultimi due anni l’Italia ha fornito carburante e armi ad Israele. Gli stessi mezzi che ora si sono rivoltati contro gli stessi cittadini italiani, ma che costantemente vengono utilizzati per reprimere i palestinesi.
«Uno dei nostri obiettivi è anche simbolicamente quello di rompere l’isolamento dei palestinesi – spiega Riccardi – Noi ci possiamo imbarcare perché abbiamo un privilegio e mettiamo il nostro privilegio di occidentali con dei passaporti forti a servizio di una causa che ha bisogno che ci siano anche testimoni e che si alzi la voce».
Mettendo a disposizione i propri corpi, quindi, gli attivisti della Global Sumud Flotilla hanno reso evidente al mondo quali sono le pratiche di Israele, sottolineando che se non si fa scrupoli di rapire, picchiare e tenere in condizioni disumane cittadini di Paesi alleati, il trattamento riservato al popolo palestinese è assai peggiore.
Tuttavia Riccardi, come già avevano affermato altri attivisti, ci tiene a precisare che il loro non è un gesto ascrivibile all’eroismo, né l’unico che si può mettere in campo.
«Non è necessario per forza imbarcarsi – rimarca l’attivista – ci sono tantissime altre azioni che si possono fare e che, anzi, sono quasi più importanti, come boicottare i prodotti che contribuiscono all’industria della guerra, parlare di Palestina e scendere in piazza. Quindi non è necessario imbarcarsi. Io personalmente lo rifarei. Finché i governi non fanno niente, tocca farlo noi».
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