C’è una parola che torna continuamente quando si ascoltano gli educatori: basta!!! Non c’è solo la fatica fisica di orari “spezzatino”, salari bassi, carichi emotivi sempre più pesanti. Ma una stanchezza più profonda, politica e umana: quella di sentirsi indispensabili nei servizi e invisibili nei diritti. Le voci dei colleghi e delle colleghe che la nostra trasmissione ha raccolto nelle piazze dello sciopero generale indetto lunedì scorso da USB, raccontavano tutte la stessa realtà: stipendi insufficienti, precarietà cronica, cooperative che comprimono salari e tutele, burnout, fuga dalla professione. A questa mobilitazione si aggiunge quella proclamata per il prossimo 29 maggio da SGB, ce ne ha parlato in studio Dario Gaglione, delegato del sindacato nella nostra città. Anche qui il quadro denunciato è netto: impoverimento salariale, mancanza di riconoscimento professionale, servizi sempre più esternalizzati e governati da logiche di risparmio anziché di qualità educativa. Due momenti di lotta distinti, dunque, ma attraversati dalle stesse parole d’ordine e dallo stesso disagio. Ed è forse proprio qui che emerge l’amarezza più grande. Ci hanno scritto in tantissimi in redazione, ponendoci la stessa domanda: com’è possibile che, in uno dei momenti peggiori vissuti dalla nostra categoria, il sindacalismo, di base e non solo, continui a muoversi in ordine sparso? Non è una questione astratta, né può essere un dibattito interno agli apparati. Per chi lavora nei servizi educativi, scioperare ha un costo reale e pesantissimo. Significa rinunciare a una giornata di paga quando spesso gli stipendi sono già insufficienti ad arrivare a fine mese. Significa scegliere quale mobilitazione sostenere, frammentando energie e partecipazione. Significa, soprattutto, vedere disperdersi una forza collettiva che avrebbe bisogno di mostrarsi compatta. Nelle testimonianze raccolte in piazza non manca la consapevolezza delle differenze politiche e organizzative tra le varie sigle. Ma emerge anche il desiderio di un terreno comune, almeno sulle emergenze fondamentali: salari dignitosi, stabilizzazione, riconoscimento professionale, difesa della sanità pubblica, investimenti reali nei servizi educativi. Perché oggi gli educatori non chiedono privilegi. Chiedono semplicemente di poter vivere del proprio lavoro senza consumarsi dentro un sistema che scarica su di loro tutte le contraddizioni del welfare contemporaneo. Siamo arrivati al punto in cui la nostra è una crisi che è andata ben oltre la lotta per un rinnovo contrattuale, riguarda il senso stesso (e la sopravvivenza) del nostro lavoro.
E forse il punto è proprio questo: mentre le istituzioni continuano a considerare il lavoro educativo come una voce di spesa da comprimere, chi ha il compito di organizzare il conflitto sociale non può ignorare il peso che ogni divisione produce su lavoratori già impoveriti. Le piazze di questi giorni raccontano rabbia, ma anche un bisogno urgente di ricomposizione. Perché la sensazione, sempre più diffusa tra educatrici ed educatori, è che da soli, ciascuno con il proprio sciopero, la propria sigla, il proprio calendario, si rischia soltanto di essere più deboli, più invisibili. Non ce lo possiamo più permettere. Come trasmissione continueremo a dare voce a tutte le mobilitazioni e ad appoggiare ogni lotta che metta al centro i diritti, la dignità e le condizioni materiali di tutti i lavoratori dei mestieri di cura. Allo stesso tempo, nel nostro piccolo, cercheremo di lavorare per creare ponti tra le varie sigle, perché ricomporre l’unità dei lavoratori e delle lotte, diventi per tutti la priorità assoluta.
Di seguito il link della trasmissione.







