Ce lo ripetono da quarant’anni: prima la televisione, poi internet, poi lo streaming avrebbero seppellito la radio. E invece ogni mattina, mentre l’Italia si sveglia, quasi 34 milioni di persone accendono una voce. Lo dice Audiradio, la rilevazione ufficiale che quest’anno ha preso il posto del sistema TER, e lo dice soprattutto la vita quotidiana, con la radio ancora lì, in cucina, in macchina, nelle cuffie, ed è l’unico mezzo che tiene compagnia anche quando si fa altro.

Un tessuto di voci che nessun altro mezzo possiede

Dentro quel numero c’è una cosa che le classifiche raccontano poco. Delle 281 emittenti censite dalla rilevazione, appena 18 sono network nazionali: le altre 263 sono radio locali, voci di territorio che continuano a raccontare quartieri, province e comunità che nessun palinsesto nazionale degnerebbe di uno sguardo. È un patrimonio che la televisione ha perso da decenni e che internet, con tutta la sua abbondanza, non ha mai sostituito fino in fondo: il mezzo più vecchio dell’etere resta quello con più radici.

Chi arriva dopo deve inventarsi qualcosa

La vitalità di un mezzo si vede anche da quanti provano ancora a entrarci. In ogni mercato affollato vale la dinamica che l’audio conosce da mezzo secolo: chi arriva dopo deve offrire quello che i nomi affermati non danno. È successo con i birrifici artigianali davanti ai colossi industriali, e con le banche solo-app che hanno costretto gli istituti storici a rifare i listini dei conti. Succede nei settori regolati come il gioco online, dove le new entry vengono passate in rassegna ogni mese, con punti di forza e limiti catalogati da una redazione, ed è la stessa strada dei podcast indipendenti, che scalano classifiche d’ascolto presidiate sempre dagli stessi nomi.

Nell’audio la corsa ha un volto preciso. Quasi 12 milioni di italiani ascoltano un podcast ogni mese, secondo le rilevazioni Ipsos, e una parte crescente di quei contenuti nasce lontano dai grandi gruppi editoriali, in studi domestici, circoli e redazioni di quartiere. Sono le radio libere di questo tempo, con una soglia d’ingresso che si è abbassata come non accadeva dagli anni Settanta, e una voce appena nata conquista ascolto prima ancora di trovare un editore.

La voce trova sempre nuove strade

Il segreto della tenuta è che la radio non ha difeso il proprio apparecchio, ha liberato il proprio segnale. L’FM di sempre convive con il DAB+ montato di serie sulle auto nuove, con le app, con gli smart speaker in cucina, con lo streaming che porta l’emittente di quartiere ovunque ci sia una connessione e un motivo per sentirsi a casa. Il transistor può sparire, la voce no.

Bologna, da questo punto di vista, ha poco da farsi spiegare. Una città che festeggia i cinquant’anni di una delle sue radio storiche mentre quella voce viaggia in FM, in streaming e nei podcast, ne è la prova vivente: il mezzo cambia pelle a ogni generazione, l’abitudine di accenderlo no.