Affitti alle stelle, riqualificazione dei quartieri in favore delle classi agiate, chiusura delle attività commerciali di prossimità in favore di grosse catene, esplosione degli airbnb e del turismo e conseguente espulsione verso le periferie delle classi popolari. Sono le dinamiche che molte città occidentali, incluse quelle italiane, stanno vivendo in questi anni e che possono essere racchiuse sotto il nome di “gentrificazione”.
Ciò che non tutti si aspettano però è che un fenomeno simile, pur con dinamiche diverse, colpisce anche diverse città dell’Africa, dove gli insediamenti dei poveri vengono letteralmente rasi al suolo per fare spazio a progetti di speculazione edilizia dedicati all’upper class.
La gentrificazione in Africa: dinamiche diverse, risultati simili
A raccontare il fenomeno, in un articolo sulla rivista Africa intitolato “Gli esclusi della gentrificazione”, è Federico Monica, che ai nostri microfoni sintetizza il problema.
«Nonostante una credenza ancora dura a morire in Europa – osserva Monica – l’Africa è un continente urbanizzato. Abbiamo città e megalopoli che crescono ad un ritmo del 2-3% l’anno. Ciò fa sì che anche fenomeni come quello della gentrificazione inizino a diffondersi sempre più e anche con situazioni piuttosto estreme».
Le dinamiche, in particolare, sono diverse da quelle europee, anche più brutali e rapide. Si parla di insediamenti informali, sorti in zone non urbanizzate della città, che vengono rase al suolo nel giro di una notte per fare spazio a speculazione edilizia, servizi di vario tipo o infrastrutture.
A seconda del contesto, il fenomeno della gentrificazione non colpisce solo le baraccopoli, ma anche veri e propri quartieri già esistenti su cui insistono piani, anche pubblici, che spesso servono da vetrina. È il caso di Addis Abeba, dove l’intera città vuole diventare un biglietto da visita del governo attuale e dove le stesse autorità promuovono campagne martellanti per raccontare il “volto futuristico” che assumerà la città stessa.
In altri luoghi vengono realizzate strade, ma in contesti in cui meno del 30% della popolazione ha un’auto. O ancora, vengono realizzati parchi con ingresso a pagamento. Progetti, insomma, che producono esclusione delle fasce più povere della popolazione.
Diversamente dal passato, il modello di città che viene realizzato non è più quello occidentale, ma quello dei Paesi del Golfo, Dubai in testa. Non è un caso che alcuni dei finanziamenti arrivino da quelle zone, esercitando un soft power dal sapore neocoloniale.
«Una dinamica difficile da comprendere in Europa riguarda i soggetti che gestiscono alcune di queste operazioni, come ad esempio gli eserciti – spiega Monica – in Egitto si sta realizzando una nuova capitale interamente nel deserto, a 70 chilometri dal Cairo, interamente gestita e finanziata dall’esercito egiziano».
Analogamente alla gentrificazione europea, spesso le retoriche utilizzate per giustificare i progetti urbanistici speculativi nelle città africane chiamano in causa la lotta al degrado. Ma anche in questi contesti la risposta in termini di case popolari da mettere a disposizione delle fasce più povere della popolazione è assolutamente insufficiente.
La conseguenza è che la gentrificazione africana, pari a quella europea, provoca l’espulsione delle fasce meno abbienti della popolazione dai centri urbani. «Le persone – sottolinea Monica – sono costrette a spostarsi altrove, spesso in slum lontani dove, da ultime arrivate, saranno costrette ad adattarsi a condizioni economiche e ambientali ben peggiori».
ASCOLTA L’INTERVISTA A FEDERICO MONICA:







